Nelle pieghe della città

Per gli architetti, italiani e non solo, Marco Petrus è un
punto di riferimento. Come de Chirico ha celebrato le piazza all’italiana – con
i portici, il monumento equestre e quell’atmosfera sospesa da palcoscenico poco
prima della rappresentazione – così Petrus è il cantore delle quinte riccamente
tessute della città novecentesca, di angoli urbani scenografici, prospettive
svettanti. Le sue grandi e piccole tele attentamente istoriate si soffermano su
partiture e impianti decorativi per farci scoprire la bellezza che ci circonda,
le opere firmate da maestri come Gio Ponti, Giuseppe Terragni, Piero Portaluppi
e i tanti edifici curiosi e anonimi di Milano, la sua città. Ma anche di Roma e
Trieste, Praga, New York… Questa fascinazione per l’architettura che dura da
quasi trent’anni lo ha portato a esporre da Londra a Santa Fe, da Shanghai a
Mosca.

Poi di colpo qualcosa è cambiato. «Nel 2014 mi hanno chiamato per un lavoro a Napoli e ho deciso di concentrarmi sulle Vele di Scampia, un complesso anni Sessanta disegnato da Franz Di Salvo guardando a Le Corbusier. Oggi un simbolo di sperimentazione e malavita», spiega. «In quei giorni in tv davano Gomorra, la serie di genere criminale ambientata proprio alle Vele. Ho pensato che nel rappresentarle volevo evitare l’approccio emotivo, e anche quello ideologico. Ho temuto che questa volta il mio metodo potesse diventare una formula. Da tutte queste preoccupazioni è scaturita una ricerca nuova, più estraniata, astratta, fatta di fasce di colore, linee, rapporti». Sono nati da lì, a partire dal 2017, altri studi sulla smaterializzazione e altri repertori di geometrie e colori che Petrus – attraverso un’operazione di ripensamento dei linguaggi artistici – ha poi “montato” alla Brancusi e alla Donald Judd in composizioni nuovamente architettoniche ma in modo diverso, fatte di pieghe e variazioni tonali.

Brancusi 3 (2019, olio su tela cm. 100x 80, sotto). (Courtesy M77 Gallery Milano)

È questa l’origine delle sue tele più recenti, che non parlano più della città, anche se la contengono come in un caleidoscopio. Oltre che alle tele, l’artista ora applica queste matrici anche a grandi murales decorativi realizzati negli atri dei palazzi. «Mi interessa far rivivere quel rapporto virtuoso tra architetto e artista che ha segnato la Milano degli anni Trenta–Sessanta, da Sironi a Fontana, attraverso le arti decorative», racconta. «In passato avevo fatto un tappeto e un arazzo che riproducevano i miei temi pittorici. Poi l’amico architetto Carlo Donati mi ha proposto di decorare la hall di un suo edificio residenziale a Milano, in via Palermo 19. È nato così il mio primo murale». Sulle tracce di artisti come Sol LeWitt e David Tremlett – e con il supporto del team di giovani decoratori Tide Interiors che dipinge l’opera sulla base del suo bozzetto – Petrus ha dato vita a un pannello di cartongesso di circa tre metri per quattro, dipinto a smalto con tonalità calde e terrose. Un secondo dalle cromie più accese, di oltre due metri per cinque, campeggia nell’ingresso milanese della società di marketing Jakala. Un terzo è in cantiere in un appartamento. E tra le ultime sperimentazioni ci sono tre paraventi con struttura d’ottone brunito disegnati da Donati, i cui vividi pannelli multicolori sono firmati dall’artista.

Il pannello decorativo nell’atrio di via Palermo 19, a Milano.

Fonte: https://www.abitare.it/it/design/arti-visive/2021/01/13/marco-petrus-dalla-architettura-del-novecento-agli-interni/

Autore dell'articolo: abitare.it