Felici intersezioni

Moda e design appaiono come mondi distanti, finanche antagonisti, discipline che si occhieggiano, si cercano e si sfiorano senza mai incontrarsi davvero. Eppure, condividono molto più di quanto non appaia: l’abito e l’abitare come incipit delle rispettive narrazioni, la cultura del quotidiano come terreno di sperimentazione e di trasformazione dell’intera società, la capacità di plasmare nuovi linguaggi e nuovi comportamenti, le ispirazioni creative dalle molteplici tessere della espressività contemporanea come l’arte, la musica, il teatro, il cinema, il cibo. E ancora: la ricerca per i nuovi materiali, la circolarità, la sostenibilità, l’artigianato e il digitale, oltre al fatto che il design è inclusivo e multidisciplinare e include anche la moda nei suoi perimetri frastagliati.

Le ballerine di Fernando e Humberto Campana per Melissa: a sinistra, la capsule collection Barroca, a destra il modello Costela. (ph. Christian Jung)

Ciononostante, gli steccati disciplinari permangono,
diventando a volte delle frontiere inaccessibili di senso, come quando la moda
ha ridotto a immagini patinate valori e storie della cultura del progetto o il
design si è lasciato irretire dall’entertainment luccicante della moda
trasferendo la stagionalità delle collezioni a oggetti che non rispondono più a
funzioni o a bisogni ma si configurano sempre di più come forme sofisticate di
packaging. Non è stato sempre così. Nella storia del Novecento sono numerosi
gli stilisti che disegnavano oggetti per la casa e altrettanto numerosi i
progettisti che disegnavano negozi o abiti. Da William Morris che nel News from Nowhere
sottolineava come il modo di vestire delle donne dovesse “intonarsi” alla nuova
estetica a Paul Poiret che, dopo un viaggio alla Wiener Werkstätte, fondò a
Parigi l’Atelier Martine, dedicato all’interior design, dove progettò tessuti
d’arredamento, tappezzerie, mobili e oggetti per la casa. Da Henry van de Velde
che disegnava abiti e accessori per l’amata moglie Maria Sèthe, affinché fosse
en pendant con gli arredi delle sue case, a Elsa Schiaparelli o Pierre Cardin,
la cui riflessione “se vesto una donna perché non posso vestire anche ciò che
la circonda?” scaturì nell’apertura, nel 1970, de l’Espace Cardin a Parigi, che
comprendeva un teatro, un ristorante, una galleria d’arte e uno studio per
progetti di arredamento come la sua linea di mobili Sculptures utilitaires.

Un anello disegnato da Zaha Hadid per la linea Lamellae di Georg Jensen.
L’installazione site-specific che Zaha Hadid realizzò per lo stand dell’azienda danese Georg Jensen a Baselworld in occasione della presentazione della collezione.

I principali movimenti del Novecento – dall’Art Nouveau al
Futurismo, dalle Secessioni al Bauhaus, dal Werkbund alla Werkstätte –
consideravano, in un processo inverso a quello contemporaneo, la moda come un
completamento del programma iconografico degli interni, dove gli arredi
“abitano” la casa così come il vestito “abita” il corpo, secondo i dettami di
un programma estetico totalizzante e integrato. Abiti e abitazioni erano
progettati per essere collocati nei nuovi scenari domestici e rappresentavano l’incipit
formativo dell’educazione del gusto cui ambivano tanto i progettisti quanto gli
stilisti.

L’allestimento “Happy ever after” di Tord Boontje nello showroom Moroso in occasione della Milano Design Week 2004. (ph. Alessandro Paderni)

È con il Movimento Moderno che la moda viene relegata
nell’alveo odioso delle arti femminili, rendendo esplicito l’antagonismo che
ancora oggi oppone questi mondi. Le Corbusier, che per altro aveva sposato una
modella, Yvonne, si sente in dovere di precisare che lo stile, in architettura,
conta quanto un paio di piume su un cappello da signora: un tocco carino, ma di
nessuna importanza, e poco importa se la svolta radicale che Adolf Loos
introdusse nella concezione del progetto muoveva da riflessioni sulla moda che
non appartenevano alla sfera del “costruire” ma del “vivere” o se i vestiti e i
tessuti progettati da Lily Reich influenzeranno per sempre il minimalismo
sontuoso di Mies van der Rohe, di cui la Reich era stata compagna, socia e
amministratrice e per cui “i vestiti sono oggetti d’uso e non opere d’arte…
devono formare un tutto unitario con la donna che li indossa, esprimendone lo
spirito e contribuendo all’arricchimento della sua anima e del modo di sentire
la vita”.

La scatola Théorème H Casaque di Dior. (Courtesy Hermes)

È solo negli ultimi anni che i transiti tra moda e de­sign
si sono fatti più intensi, in uno scambio proficuo di esperienze, grazie alla
complicità del Salone del Mobile, che ha avvicinato il mondo esclusivo della
moda alla democrazia inclusiva del design. Negli ultimi anni è stato il Salone
e non l’ermetica Settimana della Moda, inutilmente inaccessibile, a fare da
palcoscenico alle intersezioni tra moda e design, contaminazioni che, spesso
(ma non sempre), hanno generato quello scambio trasversale di conoscenza che
consideriamo un fondamento di innovazione e progresso. E se da Armani, come
Fendi, Versace, Missoni, Comme des Garçons o Paul Smith per citarne solo
alcuni, abbiamo assistito alla messa in scena di una collezione Home, le
incursioni nella moda dei designer sono sporadiche ed episodiche, come le
mutande progettate da Starck per Colette, i gioielli di Gehry per Tiffany, le
scarpe di Koolhaas per United Nude o quelle dei fratelli Campana o di Gaetano
Pesce per Melissa, fino alla bellissima collezione di gioielli Lamellae che Zaha
Hadid ha disegnato per Geo­r­g Jensen nel 2016.

Il vaso Kala della collezione Hermès Home 2020. (ph. Maxime Tetard, courtesy Hermes)

Molto interessante è la nuova generazione di progettisti, soprattutto olandesi e belgi, che sperimenta i terreni di frontiera tra moda e design, come faceva Tord Boontje, con le sue sedute e pouf “vestiti da sera”, divani e sedie a dondolo ricoperti da scialli e stole haute couture. E poi lampadari floreali, spesso tintinnanti e iridescenti, tende di carta e poltrone con perle e lustrini, in bilico tra design e moda, frutto dell’accuratissima scelta dei materiali e delle tecnologie d’avanguardia. Nel 2014 il Salone ha segnato il debutto di Hermès che qui ha scelto di presentare una proposta completa per la casa, che include mobili, complementi, tappeti fino ai tessuti e alle carte da parati, sofisticati come i suoi accessori. Per il direttore artistico Pierre-Alexis Dumas, membro della sesta generazione della famiglia, «se l’invenzione trae origine dall’idea, l’innovazione passa per il gesto». Ecco allora che nell’ultima collezione troviamo lampade da tavolo di granito nero o porcellana bianca di Limoges con cavo di velluto di Barber & Osgerby e oggetti di vimini o di cuoio dove, grazie al “gesto”, c’è altrettanta nobiltà che in una porcellana o in un tessuto di cachemire. Anche da Dior l’alta moda è stata affiancata dalle recenti collezioni di piatti in Limoges Lily of the valley, in omaggio alla passione di Monsieur Dior per il mughetto, il suo fiore preferito, o dai vetri disegnati da Cordelia de Castellane dedicati all’ananas, uno dei motivi ricorrenti della maison fin dal 1973.

Una tavola apparecchiata con i pezzi della linea New Lily of the Valley, Dior. (ph. Ines Manai)

Da Bulgari design e moda si intersecano felicemente grazie a una visione della creatività come processo trasversale e multidisciplinare. Per Silvia Schwarzer, direttore del brand image, “in Bulgari la crea­tività si nutre di scambi con il design, l’architettura, la moda, l’arte, il che ci permette di contaminare i linguaggi e creare progetti capaci di durare nel tempo, per bellezza, qualità e valore”.

Lo store Bulgari all’angolo tra la Fifth Avenue e la 57esima a New York rinnovato da Peter Marino. (ph. Massimo Listri)
Lo store Bulgari rinnovato da Peter Marino. (ph. Massimo Listri)

È interessante notare come la moda guardi al design in termini di prodotto, con mobili e arredi da “vestire” secondo il look di stagione, laddove invece il design è più interessato ai processi della moda, in particolare quelli legati alla comunicazione e alla distribuzione. Gli incontri più felici avvengono nella progettazione dei negozi: dai primi come quello dei Future Systems per Marni del 2000 fino al recente negozio Missoni progettato da Patricia Urquiola, cui si deve anche il progetto degli spazi per Panerai, Gianvito Rossi e Santoni in un’osmosi creativa senza barriere disciplinari. «La creatività è universale – afferma la designer – non è specialistica, non ha genere, non ha età. Credo molto nelle contaminazioni, nelle discussioni aperte, nel comunicare al di fuori del proprio settore come avviene tra la moda e il design. Credo che possiamo imparare molto gli uni dagli altri».

Lo showroom milanese di Missoni allestito da Patricia Urquiola, con la poltrona Antibodi disegnate per Moroso dalla stessa Urquiola. (Courtesy Missoni)
Lo showroom milanese di Missoni allestito da Patricia Urquiola, con la poltroncina Bloomy disegnata per Moroso dalla stessa Urquiola. (Courtesy Missoni)

Fonte: https://www.abitare.it/it/design/prodotti/2020/11/23/design-moda-felici-intersezioni/

Autore dell'articolo: abitare.it