Parola agli editori

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Lampada da terra Origine di Davide Groppi e Giorgio Rava per Davide Groppi

Sostenersi a vicenda per garantire la continuità produttiva e la forza stessa del made in Italy. Questa è la visione della supply chain da parte di aziende che non hanno produzione interna, e che si affidano in toto a terzisti e fornitori.

Un bene ‘protetto’. Questo dovrebbe essere la filiera italiana del design, fatta spesso di piccoli artigiani che hanno sviluppato un saper fare unico. La cui sopravvivenza è stata messa a rischio dall’emergenza sanitaria e dai ritardi nella erogazione della liquidità promessa dal governo. Fortunatamente a sostenerli sono state le imprese.

MENO OGGETTI
In Davide Groppi, 32 anni di storia dell’illuminazione alto di gamma, i fornitori “sono stati resi partecipi della situazione, dei progetti e delle attività. Li abbiamo protetti e pagati puntualmente anche quando abbiamo dovuto affrontare qualche insoluto da parte dei clienti”, spiega il designer e numero uno dell’azienda che fa parte oggi del gruppo Italian Design Brands. La fase di chiusura delle aziende, tra marzo e aprile, ha consentito di mettere in fila una serie di riflessioni che hanno a che fare non solo con la protezione e valorizzazione dei fornitori, ma anche con la produzione stessa. “Un’occasione – sottolinea Groppi – per uscire da un corto circuito: quello di presentare tante cose di cui in realtà non si avvertiva più alcun bisogno, un gesto solo espositivo con solo il 20% delle novità che entrava davvero in produzione”. E allora quest’anno Davide Groppi presenta una sola novità, peraltro già prevista prima del Covid-19 e presentata on line. “Credo che l’emergenza sanitaria, come corollario positivo, abbia spinto a riconsiderare gli oggetti da immettere sul mercato. Il virus ha evidenziato che su questo pianeta siamo troppi, c’è un eccesso di offerta di merce. E non è sostenibile”. Una riconsiderazione dunque delle collezioni, ma anche delle modalità di presentazione. “Già lo scorso anno avevamo deciso di intraprendere un percorso di trasformazione digitale come modo di comunicare; una opportunità che ha evidenziato come, ben prima del virus, molti nostri comportamenti fossero viziati dalle abitudini. È vero che al centro dell’economia della nostra azienda c’è l’esperienza, ma cambieremo alcuni paradigmi espositivi” assicura. Davide Groppi, come la maggior parte delle realtà del settore, ha riavviato la produzione e le spedizioni a partire dal 4 maggio, e gli ordini sono ripresi a loro volta “come se non fosse successo nulla”. Peraltro, l’anno era partito “molto forte, nell’ordine di un +25% rispetto al 2019”. E se per una valutazione realistica sul fine anno è necessario aspettare la fine di giugno, certo è che “le offerte che abbiamo elaborato riportano la stessa numerazione rispetto a quelle dello scorso anno, nonostante il covid”. Questo probabilmente grazie anche alla “originalità” delle collezioni, sempre alla ricerca di autenticità e coerenza, ci spiega Groppi, sottolineando che di tratta di elementi “molto importanti, soprattutto in questo momento. Se avremo una qualche chance in più, è perché abbiamo avuto l’intelligenza di fare cose nostre”.

PIÙ DIGITAL
“Traghettare” l’azienda, la filiera e i rivenditori oltre l’emergenza covid-19 “puntando sui best seller”. È questa la strada scelta da Alias per garantire “concretezza” alla ripresa. “La situazione – confessa il brand manager Andrea Sanguineti – ci ha colti di sorpresa, soprattutto a Bergamo, una delle città più colpite dal contagio, ma non abbiamo rincorso l’idea di dovere per forza presentare novità. Abbiamo preferito guardare con attenzione alla situazione. Sicuramente, i nostri partner avevano bisogno di capire che l’azienda era presente, finanziariamente solida”. Tra l’altro, aggiunge Sanguineti: “la crisi ha colpito molto le certezze della persone, in generale. Non ci è sembrato giusto agire come se nulla fosse. Abbiamo preferito un focus mirato al servizio, perché fosse chiaro che Alias è un partner affidabile”. E in questa ottica, “abbiamo sostenuto anche i terzisti che producono per noi”. Va detto che lo specifico della filiera di Alias non è entrata in grande sofferenza perché è “molto concentrata in partner chiave, aziende solide che hanno reagito abbastanza bene, nonostante la situazione critica”. E se una gestione diversa dell’emergenza sanitaria avrebbe prodotto altre conseguenze, meno gravi secondo Sanguineti, certamente “il lockdown, la chiusura totale è stata un po’ ingiustificata” perché sono state “sottovalutate le conseguenze economiche. I nostri competitor tedeschi hanno continuato a lavorare e questo ci ha reso meno competitivi. Una miopia che ci ha proprio penalizzato”. Alias è sempre stata molto sensibile al tema della tecnologia e innovazione non solo per il prodotto, ma anche per la comunicazione: in questo senso si è trovata preparata ad affrontare la sfida della digitalizzazione, che era già in fase avanzata con l’abitudine a progettare arredi in 3D, con i configuratori online già presenti nel sito, i virtual tour. “Eravamo abbastanza pronti – afferma Sanguineti – ma ora svilupperemo per la prima volta un mondo di webinar che raccontano il prodotto a partire da alcune tematiche anche trasversali, come per esempio il mondo dell’home office, l’utilizzo di certi materiali”.

I LONG SELLER
Di “messa a punto” dei progetti e di contrazione del giro d’affari ancora difficile da capire parla invece Emanuele Benedini, amministratore delegato di Agape Design, brand dell’arredo bagno che, grazie ad alcuni suoi fornitori operanti nel biomedicale e quindi attivi anche durante l’emergenza, ha potuto rientrare nella relativa filiera “riuscendo a riaprire il 14 aprile – spiega – e questo ci ha permesso, anche se lentamente, di attivare a nostra volta i fornitori a cui ci lega la filiera del termosanitario. Con tempi di lockdown più contenuti, dunque, per Agape “non ci sono stati grandi problemi di liquidità” né per l’azienda e nemmeno per la filiera. Ovviamente, i numeri dell’impatto devono ancora essere messi in chiaro e questo non accadrà prima di settembre. Certamente il fatturato di aprile ha registrato una forte contrazione rispetto a marzo, ma gli ordini di maggio hanno già segnato un trend in recupero. “Assisteremo anche noi a un calo del fatturato, ma una stima del -30%, come molte aziende stanno annunciando, mi sembra piuttosto pessimistica”, precisa Benedini. “Il momento è stato drammatico e scioccante, ma sono tra coloro che hanno cercato di guardare anche alle conseguenze positive che l’emergenza può avere sulla nostra vita e sulla nostra azienda. Abbiamo fatto operazioni nel tempo, giuste, sono arrivate on time. Abbiamo presentato tra aprile e fine maggio la nostra nuova collezione outdoor, secondo un nuovo e moderno concetto di continuum tra interno ed esterno che ha suscitato un forte interesse”. Per fare questo, il ricorso al digitale è stato ovviamente importante. Agape ha presentato il nuovo sito alla fine di marzo e le novità attraverso i canali online, “evitando la sovraesposizione e la comunicazione eccessiva che abbiamo visto in ogni ambito in questo periodo. In particolare abbiamo puntato su Instagram per presentare i nuovi progetti, la più adatta a parlare con i consumatori”. In generale, il periodo del lockdown per Agape Design ha coinciso con una fase di messa a punto della struttura organizzativa. La convinzione di Benedini, sempre più condivisa, è quella di “dare continuità alle collezioni, realizzando prodotti long seller. “Tutto ciò che ha a che fare con la longevità e la sostenibilità, credo che in prospettiva sarà un valore sempre più importante”. Di conseguenza, l’azienda ha rallentato alcuni progetti e saranno presentati il prossimo anno. “Abbiamo invece ottimizzato il catalogo e migliorato i nostri sistemi. Abbiamo lavorato in profondità. Del resto – conclude – un settore come il nostro non ha bisogno di novità a tutti costi. E in questo sono d’accordo con Giorgio Armani e con quello che sta succedendo nella moda. Il nostro settore dovrebbe essere ancora più attento a non farsi condizionare dai trend del momento”.

COME UNA BANCA
La supply chain costruita nel corso di decenni rappresenta un “braccio armato” da proteggere per Eleonore Cavalli, art director di Visionnaire. “È come avere 40 aziende distribuite sul territorio. Noi le consideriamo nostre, anche se non ne siamo proprietari”, precisa. La complicazione, evidenzia, sta nel fatto che “ci ritroviamo a essere un’azienda multi piattaforma nella vendita, perché esportiamo in 55 Paesi nel mondo, ma mono piattaforma nella produzione. Il lockdown totale ci ha messi in una condizione molto difficile rispetto ad altri competitor internazionali o nazionali con sedi estere”. Così Visionnaire ha deciso di mantenere sempre i contatti con i propri partner produttivi. “Li abbiamo aiutati a decifrare i vari decreti, fatto non banale, e supportati da un punto di vista finanziario in due modi: pagando loro le fatture e arrivando fino alla catena del valore della materia prima. Noi siamo loro partner su alcune componenti che sono spesso già composte e assemblate, ma loro sono acquirenti e clienti di fornitori di materia prima. Siamo riusciti a garantire tutti i pagamenti. Per certi aspetti, siamo diventati un po’ le loro banche”. L’aspetto più complesso da affrontare e al quale porre rimedio è stata la difficoltà nel dare risposte ai clienti: “Questo è stato il fatto più grave. Ogni Paese ha adottato forme di chiusura molto diverse; ci siamo trovati tra quei pochissimi ad avere la chiusura più stringente, mentre ad esempio la Francia operava prima del nostro lockdown e ha ripreso prima. La Germania non si è mai fermata, è sempre stata il concorrente numero uno. Accanto avevamo una recovery molto veloce della Cina che tornava ad avere interesse verso il made in Italy, mentre noi non eravamo in grado di dare risposte. Il disallineamento europeo ha quindi danneggiato le imprese tricolori. “Il livello di danno lo riusciremo a calcolare in termini economici nei prossimi mesi”, precisa Cavalli. Anche per Visionnaire, molte attività si sono trasferite sul digitale: incontri, presentazioni di collezioni al retail che “rimane essenziale come ambasciatore delle nostre novità, della filosofia di azienda e della strategia commerciale”. Visionnaire conta 5 flagship store diretti nel mondo, 30 monobrand e 30 shop in shop in retail chain multimarca. “Ci siamo organizzati per presentare la collezione al 90% e tenere un 10% per il Salone di Shanghai, con qualche novità dedicata non solo al mercato cinese ma a tutto il mondo. Vogliamo garantire la nostra filosofia di vendita, che è di non presentare il pezzo singolo perché non facciamo product design ma home philosophy, quindi dobbiamo presentare stanze arredate con un elevato numero di pezzi”.

I VIRTUAL TOUR
Una catena di fornitura pronta a riprendere in tempi rapidissimi anche per la Paolo Castelli di Bologna, campione del contract nell’alto di gamma. “Ho scritto a tutti i fornitori chiedendo loro di essere pronti a consegnare il 4 maggio. Ognuno si è attrezzato con le richieste al prefetto ed è ripartito, per rispettare le consegne”, racconta l’imprenditore. “Ovviamente, nel periodo di fermo, il fatturato lo abbiamo perso, e non abbiamo ancora valutato l’ordine di grandezza”. Castelli spiega di avere chiesto e messo in campo ogni tipo di supporto nei confronti dei fornitori strategici. La sua azienda ha avuto il vantaggio di avere presentato una collezione, la Greenkiss, a Maison&Object, poco prima che tutto si fermasse. Una parte del lavoro era perciò già stata realizzata. Insieme alla seconda collezione, Inspiration, dal sapore più classico, è stata digitalizzata e sono stati messi a disposizione dei clienti tutti gli strumenti per poterle vedere in remoto, con tanto di allestimento di due ville distinte e virtual tour immersivo per restituire il tono e il sapore dei due nuovi mondi di riferimento. Il fermo produttivo e l’impossibilità di muoversi “ci hanno costretti a valutare ipotesi diverse da quelle che non avremmo mai avuto la forza di affrontare, come saltare il Salone del Mobile”, precisa. Volenti o nolenti, le novità dell’anno sono state lanciate con modalità inedite che, assicura Paolo Castelli, non sostituiranno mai il rapporto, il contatto, il confronto tra le persone. “Abbiamo approntato una serie di attività, con le quali informiamo l’universo dei nostri progetti e invitiamo a guardare la nostra collezione e a entrare in contatto con le nostre persone, per essere accompagnati nella scoperta.
I cataloghi tecnici sono fatti con la stessa logica”.

di Maria Elena Molteni

Fonte: https://design.pambianconews.com/parola-agli-editori/

Autore dell'articolo: design.pambianconews.com