I designer a casa /10 Lazzeroni: «Leggo, guardo film e spero che questo brutto periodo ci cambi in meglio»

3 aprile dell’era Covid-19. Venerdì mattina, al telefono, in compagnia dell’insolito divenuto quotidiano: l’isolamento, le paure, i gesti cauti e ripetitivi. Capita ovunque (o quasi) nel mondo della pandemia. Non fa eccezione casa Lazzeroni, casa-studio in quel di Pisa dove il celebre designer Roberto, architetto e maestro d’ingegno e di forme – che ha legato il suo nome a marchi come Poltrona Frau, Baxter, Ceccotti, Lema e altri ancora – vive il suo 24simo giorno di “lavoro domiciliare”. Quello che con termine più frizzante chiamiamo ormai smart working.

Parliamo di ciò che le manca in questa dimensione?
«Senza dubbio: i rapporti umani. Il nostro lavoro è prima di tutto fatto di relazioni con le persone, di confronto, di idee, di scambio. Con i miei collaboratori ci sentiamo continuamente, ogni giorno al telefono o in video. Ma manca la parte ping-pong che è il cuore stesso di ogni progetto».

Ping-pong, dice architetto? Vuole spiegare?
«Il meglio spesso nasce dall’interloquire, dalle discussioni, dai chiarimenti. Una proposta si aggiunge ad un’altra, qualcosa muta e qualcos’altro si sottrae fino a formare l’insieme. I progetti fioriscono così: almeno è ciò che accade a me con i miei collaboratori. Il rapporto umano è fondamentale per andare avanti».

Sei-sette persone in tutto. Pisani o, comunque, toscani. Nel pianeta creativo Roberto Lazzeroni, la città della torre pendente è centrale come il radical design da cui la carriera ebbe inizio.
«Da anni lavoro per aziende del Nord, ma ho difeso strenuamente la scelta di rimanere qui, nella mia città. I miei colleghi, le mie cose, i miei spazi. Ho una casa generosa e sono abituato a stare per conto mio. Seguo i miei ritmi e i miei tempi. E anche in questi giorni difficili non ho rivoluzionato nulla. Sono un metodico, mi alzo molto presto al mattino e imposto la mia giornata».

Nessuna nuova scoperta, dunque, legata alla clausura indotta?
«Dettagli e considerazioni però, sì. Guardo un film al giorno sulla piattaforma Movie e per me è come andare al cinema d’essai di una volta. Leggo più del solito, ma non cucino: al cibo ci pensa mia moglie. A proposito delle considerazioni, invece, credo che questo tempo da Coronavirus ti costringa a valutare cose a cui non eravamo più abituati a dare peso. In gennaio, per esempio, ho cambiato l’auto: ora se tornassi indietro non lo rifarei. Non ho voglia di consumi superflui, non più. In questi giorni ho comprato solo libri».

I consumi, la contrazione del mercato, la crisi economica che si è aperta. Cosa ne pensa?
«Il problema è molto serio. Le aziende sono in stand-by. Per quanto ci riguarda credo che posticipare il Salone al 2021 sia stata una fortuna, l’unica strada percorribile. L’ipotesi di organizzarlo per giugno era una follia, praticamente impossibile per i tempi che il mercato pretende. Intendiamoci: prima del virus i miei progetti, portati avanti per Baxter o Poltrona Frau, erano completi. Diciamo pronti oltre il 90%, ma l’industria ha bisogno di calendari per le campionature, per le presentazioni e così via. La produzione scandisce le regole».

Ma non ritiene che mobili e oggetti pensati per il Salone Internazionale del 2020 possano essere percepiti come fuori tempo l’anno prossimo?
«Per quanto mi concerne direi di no. Io lavoro sui mobili, spesso su un segmento alto, una scelta artigianale, di studio. È il caso del progetto di rivisitazione della Vanity Fair che ho terminato per il Salone che doveva tenersi proprio in questi giorni. Ho ridisegnato le proporzioni della poltrona sulla base del disegno originale di Renzo Frau degli anni Trenta. La Vanity era stata modificata negli anni Settanta e, da allora, aveva assunto l’immagine che conosciamo: bombata con schienale un po’ alto, braccioli bassi e seduta contenuta. Un po’ sproporzionata, insomma. Io ho riscritto il tutto, dando alle sue dimensioni altre proporzioni: non penso che sarà una rivisitazione temporanea…».

Crede che il Covid-19 cambierà il modo di progettare e di guardare al design, magari con oggetti utili, di servizio o low cost?
«Non saprei. Forse un nuovo orientamento toccherà i designer più giovani. Quelli della mia generazione hanno una sensibilità creativa più legata ai mobili, agli arredi, al solido. Io in particolare vengo da una formazione d’arte, dal radical design… Dubito che ora mi metterò a disegnare mascherine».

Architetto Lazzeroni, per concludere, quale è il suo desiderio più grande oggi?
«Spero che questo brutto periodo ci cambi in meglio. Vorrei che le persone diventassero più vere, che i nostri progetti di lavoro fossero più veri. Vorrei fossimo più umani. Negli ultimi anni tutti abbiamo avuto un vissuto troppo fasullo. Troppa vanità, troppo narcisismo. Io sento il bisogno della verità: la verità da riscoprire in ciò che faccio e in ciò che dico. Vorrei che questi giorni ci aiutassero anche ad accettare i nostri difetti e le nostre più rare fragilità».

E la sua preoccupazione?
«Quanto ancora durerà? Come uscirà da tutto questo l’Europa? Ora siamo alla prova dei fatti. Lasciamo parlare i fatti e aspettiamo».

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Fonte: https://design.repubblica.it/2020/04/06/i-designer-a-casa-10-lazzeroni-leggo-guardo-film-e-spero-che-questo-brutto-periodo-ci-cambi-in-meglio/

Autore dell'articolo: Design Repubblica.it