La mia terra è la Sicilia

Esistono sguardi e sguardi. Sfuggenti, rassicuranti, annoiati, autorevoli… quello di Biagio Amarù è ardente, sprigiona scintille di energia come lapilli di magma da un cratere. Nerosicilia, la sua azienda in provincia di Ragusa, lavora lastre di pietra lavica. Che esista un nesso? Naturalmente no, ma gli occhi di quest’uomo sono così, irrequieti, a tratti fiammeggianti e mi viene da pensare che l’Etna sappia forgiare la terra di quest’isola tanto quanto i suoi uomini. Lo incontro a Milano, nel cuore del Brera Design District, dove ha deciso di aprire un ufficio-showroom. Qui veste i panni dell’imprenditore e le sue giornate sono un inanellarsi di incontri professionali con designer, aziende, clienti. «Milano è una fucina di stimoli, offre opportunità uniche ma non potrei mai viverci. Dopo un po’ ho bisogno di rallentare, di cambiare prospettiva. La mia ricarica naturale la trovo quando torno a casa, tra i profumi e i colori della mia terra».

La sua terra è la Sicilia naturalmente e, come ha scritto qualche tempo fa Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera “non esiste luogo che abbia la potenza evocativa della Sicilia, la sua capacità di creare miti, la sua forza letteraria, da Polifemo in poi.” A ben guardare, qualcosa di mitologico la storia di questo siciliano di 52 anni ce l’ha. Per esempio, creare dal nulla, nel 2000, un piccolo impero da sedici milioni di euro di fatturato – l’azienda Atena Mosaici – e poi vederlo sciogliersi come neve al sole nell’annus horribilis 2008. «A luglio fatturavamo un milione e seicentomila euro, tre mesi dopo, a ottobre, eravamo scesi a trecentomila», racconta. La china non si arresta e Amarù è costretto a passare dalle forche caudine di sindacati, cassa integrazione, mobilità, licenziamenti e infine, nel 2010, si vede obbligato a chiudere.

Trova però la forza di rialzarsi, di rinascere dalle sue stesse ceneri come un’araba fenice. Gli anni dal 2010 al 2014 sono anni di ricerca che Amarù condivide con due fedeli collaboratori, i designer Giovanni Salerno e Massimo Barbini, oggi titolari dello studio Jpeglab. «Ricordo ancora il giorno in cui abbiamo provato a fondere un vetro su un grès porcellanato per vedere cosa ne sarebbe uscito. Come base avevamo utilizzato una piastrella di pietra lavica. Dopo mezz’ora spegnemmo il forno. Il risultato di grès e vetro non ci piacque ma fummo colpiti dalla metamorfosi subita dalla pietra lavica: da grigia era diventata nera, come il magma appena raffreddato dopo l’eruzione, bellissima. Abbiamo avuto fortuna. Il materiale principe di Nerosicilia è nato così, casualmente».

Alcune fasi di lavorazione della pietra lavica, ricavata da antiche cave ai piedi dell’Etna. Il materiale viene tagliato in lastre alte 3 metri.

Alcune fasi di lavorazione della pietra lavica, ricavata da antiche cave ai piedi dell’Etna. Il materiale viene tagliato in lastre alte 3 metri.

Oggi la pietra lavica viene estratta alle pendici dell’Etna da una colata antica, risalente al 1600, e, solo per fare un esempio, riveste la facciata della galleria d’arte contemporanea Pace Gallery a Chelsea, New York. In azienda, i blocchi sono meticolosamente selezionati, tagliati e lavorati in forni brevettati ad hoc. Un lungo e laborioso processo che, in base ai diversi gradi di cottura, porta a differenti ed esclusive finiture. Ma non è tutto, l’antica passione per i mosaici di vetro non ha mai abbandonato Amarù che nel frattempo ha fondato anche il brand Mosaicomicro che utilizza il vetro dei monitor delle tv a tubo catodico in disuso per creare i suoi preziosi mosaici: «Un’altra idea nata grazie alla crisi. Avevo bisogno di vetro a buon mercato e un giorno sono incappato in un consorzio di Siracusa che si occupa di smaltimento di elettrodomestici. Erano pieni di vetro al bario, quello dei vecchi televisori e dei pc, e non sapevano che farsene. Ora quel vetro lo prendiamo noi, lo maciniamo in polvere finissima e creiamo un impasto con l’argilla. I nostri mosaici nascono attraverso la tecnica del colaggio, il prodotto finale così ha un sapore antico, artigianale, privo dell’anonimato che conferisce la produzione in serie».

Incontri, pietra lavica ossidata, design Paola Lenti.

Incontri, pietra lavica ossidata, design Paola Lenti.

Nerosicilia e Mosaicomicro condividono molto: macchinari, forni, dipendenti (una ventina), oltre alla polvere di vetro che, applicata sulle lastre di pietra lavica attraverso un processo di serigrafia, permette di realizzare le decorazioni più diverse. Sono nate così le serie iTessuti e iRicami firmate da Jpeglab dove pizzi macro sono stati “adagiati” sulla pietra dando vita a superfici dal forte impatto visivo e tattile. Proprio queste collezioni hanno fatto innamorare Patricia Urquiola che nel 2014 le ha scelte per una cucina progettata per gli ottant’anni di Boffi. Oggi Amarù collabora con designer del calibro di Giulio Cappellini, Paola Lenti, Antonio Citterio, Piero Lissoni, Rodolfo Dordoni con i quali ha saputo attivare sinergie creative basate sulla continua voglia di innovare. «Quando questi grandi professionisti vengono a visitare l’azienda lascio sempre degli scarti di materiale in un angolo fuori dal capannone, sorride». «Quando arrivano lì si illuminano, sono nate così le idee migliori. È come se la creatività si accendesse quando non esiste la soluzione bell’e pronta, insomma quando bisogna aguzzare l’ingegno. Com’è sempre accaduto anche a me». E io penso “chissà cosa inventerà con la sua ultima creatura, il brand Pietrapece appena nato?”. Staremo a vedere.

Pietrapece Geo_Grafia, grafica di Massimo Barbini.

Pietrapece Geo_Grafia, grafica di Massimo Barbini.

Fonte: http://www.abitare.it/it/design/prodotti/2019/10/12/nerosicilia-la-lava-incontra-il-design/

Autore dell'articolo: abitare.it