Plastic chair: un’icona democratica

La sedia di plastica oggi fa parte delle nostre vite in modo quasi irrinunciabile, il suo utilizzo è diffusissimo a livello globale e all’interno dei contesti più diversi. La nascita di questo oggetto tuttavia, ha coinciso con un momento particolare per l’industria dell’arredamento, e ciò l’ha resa un simbolo, oggetto di interpretazioni varie e controverse. Il Vitra Design Museum ha dedicato a questo mitico pezzo d’arredamento la mostra intitolata Monobloc – a chair for the world, che ne ripercorre la storia a partire dai primissimi esperimenti.
 

Negli anni ’50, votati alla sperimentazione, i personaggi più in vista del mondo del design ambivano a realizzare una seduta interamente estrapolata da un unico “pezzo” di materia, che non avesse giunzioni o meccanismi. Diversi tentativi sul legno e sul metallo non avevano condotto ai risultati sperati, ma l’avvento della plastica segnò la svolta, grazie alla sua grande duttilità, all’ergonomia che ne risultava, ed alla possibilità accelerare i processi di lavorazione.

La sedia di plastica vantava caratteristiche allora innovative, come la leggerezza, la liberta di sperimentazione in termini di forma e colore, ma soprattutto la convenienza economica, che le valse l’etichetta di complemento d’arredo “democratico” perché alla portata di tutti. I primi esempi furono le oggi iconiche Panton Chair, di Verner Panton, e Selene, di Vico Magistretti.

 

Malgrado il successo immediato e duraturo, negli anni non mancarono le critiche negative. Ci fu chi denunciò il mancato rispetto dei criteri di sostenibilità ambientale, dovuto alla scarsa durabilità che si accompagnava al basso costo. Ci fu chi la additò come simbolo del consumismo, ma questo non impedì alla sedia di plastica di imporsi come presenza irrinunciabile nelle case e nei luoghi pubblici di tutto il mondo.

Un esempio delle innumerevoli varianti che assunse nel tempo è la Tip Ton chair di Edward Barber e Jay Osgerby, il cui particolare formato basculante favorisce la postura corretta durante l’uso.

Little Albert di Moroso e Modesty Veiled di Driade riflettono, nell’originalità delle forme, una forte personalità, e danno prova della libertà di sperimentazione offerta da quest’oggetto.

Ancora più estrosa è la versione di Fabio Novembre, che nelle due tipologie Him e Her riproduce liberamente le forme del corpo maschile e femminile. Louis Ghost, di Philippe Stark, è invece una fantasiosa rivisitazione della classica sedia Luigi XIV. 

Infine la Vegetal chair di Ronan & Erwan Bouroullec si ispira alle sculture realizzate con la potatura delle piante. Dalla struttura che riprende un intreccio di rami, è disponibile in un’ampia varietà di colorazioni. 

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Fonte: https://shop.mohd.it/it/magazine/plastic-chair-un-icona-democratica/

Autore dell'articolo: mohd.it