Arne Jacobsen, quando il design danese incontrò il mondo

Per il designer e architetto danese Arne Jacobsen, perfino un pasticcino doveva essere bello, per poter essere anche buono.

“Una pasta normalmente è più saporita se è anche gradevole alla vista. Una pasta alla crema, quella sì che è bella da vedere – in effetti, non mi dispiace nulla di ciò che sia bello”.

I suoi familiari dovevano passare ore assieme a lui a scegliere la perfetta sfumatura di bianco quando occorreva ritinteggiare la casa, e sistemare tutte le tazze in fila nella credenza. Ai suoi dipendenti era richiesto di lavorare quasi ininterrottamente.  

A volte, Jacobsen diceva di sentirsi perfino soffocato dall’estetica. E allora si rifugiava nella botanica, più che un semplice hobby una vera passione, riflessa anche nei suoi dettagliatissimi acquerelli. Se il padre, un grossista di spille da balia, non lo avesse convinto a studiare architettura, Arne Jacobsen  sarebbe probabilmente diventato un famoso pittore. Le sue abilità progettuali gli consentirono di creare a tutto tondo: la sua produzione spazia dai servizi da tavola a edifici monumentali.

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Le abilità grafiche lo aiutavano a dar vita alle sue innovative idee, traducendole in disegni dettagliatissimi, mentre il suo senso dell’umorismo lo spingeva a chiedere a studenti e parenti come si fossero “comportate” le cose quel giorno, come se perfino “le cose” avessero una vita propria.

Dalla sua mente tormentata dalla passione per la bellezza nacquero progetti ispirati a un concetto semplice, intimamente scandinavo: la necessità di semplificare. Un bisogno che non metteva tuttavia in discussione la centralità dei dettagli. Modernista di formazione, Jacobsen ha introdotto il funzionalismo nell’architettura danese e la forma organica nel design. L’uno grazie alla sua mente internazionale, curiosa, stimolata con molteplici viaggi intercontinentali; l’altra, ispirata dal suo amore per la natura.

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Era nato nel 1902 a Copenhagen. A vent’anni si imbarcò marinaio per New York, poi fece l’apprendista muratore in Germania e nel 1925, quando era studente all’Accademia d’arte della capitale danese, vinse una medaglia d’argento per una sedia che fu esposta all’ “Exposition Internationale des Arts Décoratifs” di Parigi. In quell’occasione si innamorò del design di Le Corbusier, che ebbe modo di apprezzare nel padiglione dell’Esprit Nouveau. Si laureò nel 1927 e, due anni dopo, aprì il suo studio di design a Hellerup.

Ispirandosi inizialmente a Le Corbu e Charles Eames, con una visione realmente internazionale che rinnovò dall’interno, senza snaturarlo, lo stile danese, Arne Jacobsen diede vita a una serie di creazioni tuttora contemporanee e che ancora oggi spingono migliaia di appassionati e studenti di architettura e design verso Copenhagen, che li raccoglie come gemme in uno scrigno.

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Come il SAS Royal Hotel o la Stelling House, una struttura modernista in cemento e acciaio nel centro storico di Copenhagen, che fece indignare i danesi per il suo aspetto avanguardista, apparentemente fuori luogo in quel contesto.

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Oggi l’edificio ospita lo Stelling Cafè, è un bar che fa accomodare i suoi clienti su una delle sedie più famose della storia, la 7 di Fritz Hansen.

L’antecedente di 7, firmata sempre per Fritz Hansen tre anni prima, è nota come Ant (Formica, dalla forma del suo profilo) ed è la prima sedia prodotta industrialmente in Danimarca. Jacobsen la disegnò per la mensa di una compagnia farmaceutica locale, la Novo Nordisk, riprendendo con soluzioni inedite gli esperimenti degli Eames col legno multistrato curvato a pressione, fino a produrre un corpo unico sostenuto da tre gambe tubolari, una volta in plastica, oggi in acciaio. Disponibile anche con quattro gambe e diventata ormai un successo internazionale, Ant rischiò di non entrare mai in produzione: Fritz Hansen non ne individuò subito il potenziale, e Jacobsen dovette promettere di riacquistare tutti gli invenduti pur di veder fabbricato il suo progetto.

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Nel 1957 seguono due nuovi successi: la sedia 3130, ribattezzata Grandprix dal premio vinto alla XI Triennale di Milano,

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E il servizio di posate AJ progettato per il ristorante del SAS Royal Hotel di Copenhagen, di cui Jacobsen aveva curato ogni dettaglio. Prodotto da Georg Jensen, fece la sua comparsa nella famosissima pellicola “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, dove a usarlo erano gli astronauti.

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Un anno dopo è la volta della celeberrima Swan chair, all’epoca una novità tecnologica assoluta per il suo design basato solo su linee curve: 

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L’iconica Egg chair, come la Swan, fu progettata per il SAS Royal Hotel. E rappresenta il trionfo delle forme organiche e del “less is more” applicato al design:

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E, nel 1960, Jacobsen progettò la lampada AJ, sempre per il Royal Hotel di Copenhagen. Prodotta da Louis Poulsen, ieri era futuristica, oggi è un classico:

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Fonte: https://shop.mohd.it/it/magazine/arne-jacobsen-design-danese-mondo/

Autore dell'articolo: mohd.it