Formafantasma in mostra a Prato: «Se perdiamo un ecosistema perdiamo la nostra cultura»

Lo avevano annunciato un po’ di tempo fa, ora è ufficiale: da giugno, il duo di designer italiani Formafantasma, celebrato da premi e nelle collezioni dei musei più prestigiosi, ritorna stabilmente in Italia lasciando l’Olanda e smantellando quasi totalmente lo studio di Amsterdam dal quale circa dieci anni fa è iniziata la loro storia. 

Nel frattempo, il 15 maggio Andrea Trimarchi e Simone Farresin alzano il sipario su CAMBIO,  fino al 24 ottobre 2021 al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, seconda tappa di una mostra dedicata al legno e inaugurata nel 2020 alla Serpentine Gallery di Londra, sospesa e poi riaperta causa Covid.

Curata da Hans Ulrich Obrist e Rebecca Lewin, in Italia con Cristiana Perrella e realizzata con il sostegno dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, la mostra analizza la filiera dell’industria della falegnameria, una delle attività produttive di maggior impatto sia in termini economici che ecologici. È organizzata come gli anelli interni di un albero, protetti da quella membrana detta strato cambiale (dal latino medievale cambium –”cambiamento, scambio”, da cui il titolo), che corre attorno al tronco.

Quella in Toscana non è un adattamento né un aggiornamento dell’esposizione londinese: l’esposizione rappresenta piuttosto un’evoluzione della ricerca attuata dai Formafantasma sul materiale, contestualizzata nel territorio e nella situazione storico-culturale italiana, grazie anche al coinvolgimento dell’artista Giuseppe Penone

Albero in torsione destra_1989_cod196 - studio dell'artista, Torino

Un’opera dell’artista Giuseppe Penone. Foto © Luigi Gariglio

Il percorso si apre con alcuni campioni rari di legni duri, ormai estintiarrivando poi agli arredi realizzati da Studio Formafantasma con un albero sradicato da Vaia, la tempesta che nel 2018 ha colpito il nord Italia. 

Abbiamo raggiunto al telefono la coppia di creativi, che ammettono di essere un po’ stanchi. Stanchi di vivere all’estero, insofferenti soprattutto verso un certo metodo lavorativo messo in atto dalla generazione precedente di designer, assestato su un modus operandi di compromesso – economico in primis – che non valorizza il professionista.

Un meccanismo che cercano di scardinare, auspicando nella responsabilità delle nuove generazioni e nella consapevolezza che questo periodo storico ha portato. Rimane invece intatta tutta la loro energia creativa, concentrata sull’indagine antropologica profonda, iniziata fin dal loro progetto di tesi alla Design Academy Eindhoven del 2009, che trattava le origini e diffusione della ceramica siciliana nell’area mediterranea, continuata poi con i temi ambientali, fino a questa mostra che raccontano a Living.

«CAMBIO riguarda la governance dell’industria del legno. Abbiamo deciso di focalizzarci su questo tema perché il modo migliore per progettare in maniera veramente ecologica è guardare alla sostenibilità della produzione – la filiera produttiva, la distribuzione, e così via. Ci siamo concentrati sulla comprensione dell’industria estrattiva dalle foreste e sulle politiche che la governano. Capire le dinamiche che danno forma a questa industria ci può aiutare ad attuare scelte eticamente più complesse in termini di design; un modo per informare sulla situazione attuale anche i non addetti ai lavori», spiegano.

La mostra alla Serpentine era fruibile da un pubblico trasversale. Ci sono differenze con la versione italiana? 

L’esposizione a Prato è per il 45% quella londinese alla quale abbiamo apportato dei cambiamenti. Lì era una continua conversazione con diverse figure professionali del mondo della scienza, della filosofia, delle istituzioni locali. Abbiamo esteso questo concetto alla mostra in Toscana aggiungendo il contributo di un artista italiano con un’opera di Giuseppe Penone (celebre per i suoi tronchi-scultura).

Molto di quanto è esposto in mostra ha a che fare con la lettura del tempo, a livello produttivo spesso limitato all’idea di quanto ci si impieghi a realizzare un oggetto, ma coinvolge anche il periodo in cui una creatura, come un albero, impiega a esistere nel mondo.

Abbiamo poi esteso i riferimenti alla cultura locale e reiterato la contestualizzazione storica: a Londra c’era una parte riguardante il colonialismo, nello specifico, con i pezzi di legno che avevamo preso in prestito dall’archivio del giardino botanico Kew Gardens; in questo caso abbiamo invece inserito del materiale proveniente dall’Orto botanico di Firenze la cui collezione è stata istituita in relazione all’occupazione coloniale italiana in Nordafrica, periodo un po’ dimenticato della nostra storia in conseguenza al rifiuto del Fascismo. Molto speso ci si dimentica che lo sviluppo scientifico contemporaneo si basa su molta della conoscenza che, come colonialisti europei, abbiamo appreso da altri luoghi nel mondo.

Forse non tutti sanno che il centro di Firenze è costruito interamente in abete bianco, albero coltivato dai monaci nelle campagne toscane in modo intensivo proprio per l’espansione cittadina del capoluogo. Si pensa sempre che cultura e natura siano due cose separate, in realtà sono interconnesse.

A Vallombrosa esiste il Silvomuseo (Foresta di Vallombrosa), una piantagione di abeti bianchi considerata come un museo, che non saranno tagliati seguendo i ritmi-sistemi produttivi attuali, intorno ai 60-80 anni, ma lasciati crescere molto di più. Una testimonianza del paesaggio ma anche una riserva perché, nell’eventualità succedesse qualcosa, le architetture fondamentali di Firenze potrebbero esser restaurate con delle dimensioni di alberi che non esistono più. Un elemento aggiunto alla mostra per ricordare che se perdiamo un ecosistema perdiamo anche la nostra cultura.

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Foto © Margherita Villani

Quale è la vostra formula per salvaguardare l’ambiente?

Non c’è. Studiamo il contesto specifico in cui lavoriamo e, proprio per questo, non bisogna avere formule prestabilite.

Cosa vi aspettate dalle nuove leve e quale è il vostro messaggio alle generazioni future?  

Siamo alla guida del master GEO–Design alla Design Academy Eindhoven, quindi la domanda mi sembra rilevante. Quello che ci aspettiamo è che siano più radicali di noi, che producano un lavoro molto più idealista del nostro.

In un’intervista di qualche tempo al New York Times avete dichiarato che è stato liberatorio lasciare l’Italia per la mentalità un po’ limitata nei confronti del design, ancora attaccata all’idea che significhi solo creare una sedia o una lampada. Il sistema è ancora così? 

Non ci interessa niente del sistema, non sappiamo nemmeno se ce ne sia uno. Possiamo dire che a giugno ci trasferiremo a Milano e forse questa è la risposta più significativa che possiamo dare.

Una doppia sede? Come mai questa scelta?

Si, manterremo un piccolo studio in Olanda ma staremo principalmente a Milano. Siamo stanchi di abitare qui e poi per una serie di ragioni personali derivate da motivi famigliari, salute dei genitori, ma anche per le difficoltà di vivere e spostarsi tra due paesi in una situazione di pandemia.

Come vi vedete da qui a dieci anni?

Immaginiamo possibilmente di avere uno studio che sia più commerciale da una parte e più radicale, con la ricerca sull’ecologia, dall’altra. Un aspetto nutre reciprocamente l’altro, anche a livello economico.

Nei confronti della produzione, qual è il vostro apporto alle aziende? 

Per fare un esempio pratico, in seguito alla mostra CAMBIO un marchio scandinavo del settore del mobile ci ha chiesto collaborare non tanto per disegnare dei prodotti ma per guardare a tutta la filiera produttiva; di aiutarli a pensare insieme quello che fanno in relazione alla foresta, che è il loro bioma di riferimento.

Come pensate che la pandemia cambierà l’approccio dei designer con le aziende?

Crediamo sia già cambiato in modo irreversibile, per certe cose non torneremo più come prima. Il primo grande cambiamento sarà la riduzione della quantità di viaggi di lavoro che, francamente, non erano necessari. Il secondo riguarda il fatto che questa pandemia ha alzato il livello di frustrazione di tutti, quindi auspichiamo ci siano molte più persone che diranno di no a proposte che non vanno accettate, come i pagamenti irrisori.

Abbiamo deciso che non vogliamo essere come la generazione precedente che se ne è fregata di quelle successive, che ha accettato lavori in modo indegno con la conseguenza che nessuno vuole pagare. Ci rifiutiamo di lavorare gratis. Queste cose dovrebbero non solo essere proposte, ma ancor meno accettate.

Il progetto che ha segnato la svolta nella vostra carriera?

Tornando molto indietro nel tempo, direi quello con cui ci siamo laureati perché comunque ci siamo formati lì. Era un progetto, molto criticato, con connotazioni anche politiche, sulla ceramica siciliana, che guardava alle radici della sua tradizione di derivazione africana collegandola ai flussi migratori contemporanei.

Due parole su vostro nuovo sito web a bassa emissione di CO2.

Segue un’idea molto semplice: l’infrastruttura di internet, che tutti considerano virtuale e leggera, in verità non lo è. È reale e consuma energia. In tal senso, è fondamentale progettare dei materiali online più funzionali. Abbiamo cercato di ridurre il più possibile le emissioni conseguenti al sito seguendo dei parametri specifici che riguardano la compressione delle immagini, la loro comparsa non immediatamente in home page, che rimane quindi solo testuale, con caratteri standard di sistema, come Arial e Times New Roman.

Ha due versioni: un’opzione sfondo bianco per il laptop e una nera per il telefono, così lo schermo rimane meno luminoso con minor consumo. È un progetto sviluppato in collaborazione con Studio Blanco e le referenze derivano principalmente da Low Tech Magazine.

La casa ideale: se mai doveste disegnarla, come sarebbe?

Sicuramente luminosa, con un sacco di piante. Probabilmente non in città ma nelle immediate vicinanze, e possibilmente con dello spazio per gli animali.

Dove abiterete a Milano?

In Viale Padova, dove c’è ASSAB ONE, il centro d’arte indipendente con degli spazi industriali che stanno convertendo. Casa e studio saranno nello stesso posto.

Cosa comporta essere una coppia nella vita e nel lavoro?

Siamo molto precisi, disciplinati: si lavora sei giorni alla settimana, con almeno un giorno libero e mai di sera. La differenza è che non si stacca mai. Da un certo momento della giornata in poi tutta la parte che riguarda mail, clienti, problemi non esiste ma le discussioni sui vari temi di design continuano comunque.

FORMAFANTASMA – CAMBIO

dove: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Viale della Repubblica 277, Prato 
quando: 15 maggio – 24 ottobre 2021

centropecci.it

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Fonte: https://living.corriere.it/tendenze/design/formafantasma-cambio-centro-pecci-prato/

Autore dell'articolo: living.corriere.it