Love stories: la Cupola di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti

Erano i primi anni Sessanta quando Michelangelo Antonioni e la compagna Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, approdarono in Sardegna. Il celebre regista scelse l’isola per girare alcune scene di Deserto Rosso, primo film a colori ed ultimo della celeberrima Tetralogia Esistenziale, che vide come protagonista proprio la sua amata musa dalla voce graffiata. Nella pellicola, girata in una Ravenna disumanizzata e grigia, la realtà per un momento si spezza, mutando in un’inaspettata favola a colori ambientata su una spiaggia rosa, quella di Budelli.

All’epoca l’isoletta era di proprietà di Pierino Tizzoni, imprenditore edile di talento il cui sogno era costruire un paradiso semplice, non mondano come lo era già la Costa Smeralda di Aga Khan, ma alternativo, selvaggio e riservato. Per concretizzarlo scelse la “s’ara niedda”, la terra di nessuno che nessuno voleva poiché impervia e di scarso valore, e la ribattezzò Costa Paradiso. Fu così che i virtuosi contrasti fra le granitiche rocce color carne ed il mare smeraldo di quel territorio, tanto aspro quanto pacifico, conquistarono Michelangelo e Monica, che decisero di costruirvi un intimo rifugio per le vacanze: un nido d’amore lontano dai riflettori.

Il progetto venne affidato a Dante Bini su suggerimento dell’attrice che, memore di un incontro avvenuto a Cortina d’Ampezzo, raccontò al regista del sistema costruttivo “istantaneo”, di cui il visionario architetto le aveva parlato. Bini, infatti, ebbe una brillante intuizione nel 1963, quando, durante una partita a tennis giocata all’interno di struttura gonfiabile, fuori iniziò a nevicare copiosamente. Sarebbe stato possibile, dunque, “costruire con l’aria” e sollevare da terra il calcestruzzo ancora fluido? Il secondo Rinascimento, innescato dal boom economico, incentivò le innovative sperimentazioni di Bini, il quale mise a punto un brevetto di auto-costruzione, che grazie ad una “pneumoforma” avrebbe generato una cupola rigida che fu battezzata ‘binishell‘.

Nel 1968 l’architetto firmò il tassativo accordo di riservatezza proposto da Michelangelo Antonioni e iniziò a lavorare, non ad un’abitazione bidimensionale, ma ad una “scultura spaziale e sensoriale”. L’idea di potervi girare un film all’interno spinse il regista a partecipare attivamente al progetto, preferendo i modelli tridimensionali ai disegni su carta. Da questa irripetibile collaborazione nacque una casa permeata da ciò che la circondava: bagnata dal sole e bucata dal cielo, attraversata dal vento e dalla pioggia nel verde patio, avvolta dal profumo della Gallura e dal rumore del mare. Non un guscio introverso, quindi, ma una conchiglia dalla quale riecheggiavano suoni e sensazioni, in cui gli spazi “protetti” (cinque stanze e quattro bagni) erano collegati da una scala di conci irregolari di granito che scivolava sinuosa e sensuale sino al soggiorno. Niente era lasciato al caso e persino il rivestimento esterno, realizzato con un impasto di intonaco e rosei cristalli di roccia locale, evocava la natura limitrofa.

La Cupola, completata nel 1971, venne frequentata da Michelangelo e Monica solo per un breve periodo, sino all’estinguersi della fiamma intermittente della loro relazione. Fra quelle malinconiche mura, oggi in abbandono, si percepisce ancora la nostalgia di quell’amore.

Oggi al mondo esistono più di 1500 Binishells, ma quella di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti è fra tutte la più famosa e rappresentativa. All’epoca fu il riservato luogo d’incontro di altre importanti personalità, come Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij, Macha Méril e Sergio Vacchi (per cui Bini costruì un’attigua cupola di dimensioni più ridotte), oggi, invece, la ritroviamo protagonista del documentario di Volker Settel e di numerosi articoli che ne denunciano lo stato di degrado. Dal 2015 la Cupola è tutelata da un vincolo d’interesse storico-culturale e di recente è stata candidata ai Luoghi del Cuore del FAI, iniziativa che ci auguriamo porterà al recupero di «una delle architetture migliori degli ultimi cento anni», come fu definita da Rem Koolhaas in occasione della XIV Biennale di Architettura di Venezia nel 2014.

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Fonte: https://living.corriere.it/case/autore/cupola-antonioni-e-vitti-storia/

Autore dell'articolo: living.corriere.it