Caso a colori nei piatti firmati da un famoso chef

Melanzane arrostite con yogurt di feta e melograno oppure un’insalata primaverile di fagiolini e taccole con nocciole e arancia: le ricette della cucina d’autore del celebre chef Yotam Ottolenghi sono una vera celebrazione del mondo vegetale. Non poteva che chiamarsi Feast, (festa, in inglese), la sua nuova collezione tavola prodotta dal marchio di design belga Serax, nata dalla collaborazione con l’artista di origine italiana, il siciliano Ivo Bisignano.

Un set per la tavola decorato con pennellate istintive e un tratto arrotondato a tratteggiare una “O” per siglare gli oltre 100 pezzi diversi di stoviglie (venduti in un elegante packaging, con prezzo singolo da 6,50 a 59 €), che comprendono tazze e ciotole, due tipi di bicchieri pensati espressamente per il vino rosso e bianco, posate in legno di noce e acciaio, plateau da portata e una varietà di piatti in diverse misure e decori da sovrapporre per comporre le mise en place più estrose, o disporre sulle alzate in terracotta, cemento, o sulle esili strutture di metallo che fanno parte della collezione.

«Ho un’ossessione per la lettera O, trovo intrigante il continuum della sua forma: la O di una faccia, la O di un cerchio, un punto, un doppio punto e, ovviamente, la O di Ottolenghi», spiega Bisignano. Il simbolo che nel linguaggio grafico si coniuga alle immagini astratte di verdure modellate sulla ceramica, risultato di migliaia di prove per ottenere l’effetto desiderato.

Yotam_Ottolenghi-Ottolenghi x Ivo Bisignano for Serax-foto-courtesy-of-Ottolenghi-36

Foto courtesy of Ottolenghi

Tra tutti, Ottolenghi ha un debole per i grandi piatti da portata «che risaltano, come quello turchese con stampato un peperone in oro, ideali per servire le nostre insalate», un esuberante tripudio di colore che riecheggia il cibo.

Disponibile nei negozi da giugno, Feast si presta a diventare la base comune dei pasti, da una tipica colazione, magari in stile folk e informale, alle cene più sofisticate. In perfetta sintonia con la filosofia del 52enne chef e imprenditore israeliano-britannico che, dopo gli esordi come pasticcere in prestigiosi ristoranti della capitale inglese, si è affermato come esperto di food, collabora regolarmente con il New York Times, è autore di 8 best seller di ricette e, da più di 13 anni, cura la rubrica culinaria del Saturday Guardian. Dagli inizi degli anni 00 è diventato un punto di riferimento della ristorazione londinese.

Dal primo minuscolo Ottolenghi a Notting Hill, un ricercato deli con tavolo singolo da condividere, che effettuava quasi solamente servizio da asporto, agli altri tre punti vendita successivi (con shop online), ai ristoranti più formali, la brasserie NOPI e il Rovi, incentrato sulle verdure. L’ “Ottolenghi effect” si riconosce nei pantagruelici buffet dal sapore mediorientale, in pratica, un menu visivo dai colori vibranti, che ha fatto scuola, dal quale scegliere il mix di pietanze, che può essere un’insalata di cavolfiore unita a un trancio di salmone accompagnato da un tris di verdure cucinate in maniera diversa, seguiti dalla elezione infinita di dolci, mangiati con “oltraggiosa casualità” (come si legge nella presentazione delle ceramiche) tutti intorno allo stesso tavolo, quasi in condivisione, come se si fosse a Tel Aviv.

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Autore dell'articolo: living.corriere.it