Cecilia Alemani: «Sogno l’arte all’aria aperta»

Cecilia Alemani è tra le curatrici più influenti al mondo. Nominata direttrice artistica della prossima Biennale Arte di Venezia 2022, è la prima donna italiana a cui viene affidato questo ruolo. Nata a Milano nel 1977, una laurea in Filosofia e un master in Studi curatoriali per l’arte contemporanea presso il Bard College, abita a New York e dal 2011 è direttrice e capo curatrice di High Line Art, il programma di arte pubblica del celebre parco urbano sopraelevato costruito sopra una ferrovia abbandonata.

Rispetto ad altri settori, il mondo dell’arte si è fatto trovare pronto

Sì, musei, gallerie, fiere e non profit si sono messi subito al lavoro per trasferire alcuni progetti nel digitale. Ovviamente questa è una decisione che ha molte altre ragioni, non solo legate alla comunicazione. C’è da tenere impegnato lo staff che lavora in remoto per produrre contenuti, servono a supporter e sponsor per non perdere visibilità in un panorama molto competitivo e ipersaturo. In questo paesaggio frenetico e iperattivo, ci sono però istituzioni che hanno preferito gesti più modesti e discreti.

Qualche esempio?

La Chinati Foundation di Marfa ha trasformato la newsletter in una sorta di racconto, protagoniste le opere d’arte di una remota cittadina del Texas occidentale. Altri musei come la Gamec di Bergamo hanno trovato sostegno e supporto nella radio: ogni giorno dà spazio a figure dell’arte che raccontano in modo personale questo periodo. Mi sono molto piaciuti anche i ‘cosmi digitali’ del Castello di Rivoli. Poi ci sono una miriade di webinar, performance e conversazioni che avvengono su Zoom, Instagram e Facebook, prodotte dalle fonti più disparate, con la telecamera trasformata in un confessionale o in megafono politico.

Si può già parlare di cambiamento?

Non ancora. L’arte va vista, toccata, annusata e ascoltata. Possiamo cercare di assimilare parzialmente alcune di queste sensazioni tramite lo schermo ma penso che questa mediazione non cambierà l’essenza dell’opera d’arte.

Come sarà il museo?

Come tutte le grandi istituzioni culturali, i musei avranno la capacità di essere flessibili, cambiare e adattarsi a nuove regole sociali. Magari anche di usare questa crisi globale per rinnovarsi in modo intelligente ed efficiente, per offrire un’esperienza meno spettacolare e meno legata ai numeri. I grandi musei si dovranno riadattare: non accoglieranno più 10 mila visitatori al giorno, ma sapranno offrire un tipo di esperienza discreta, più privata. Non che abbia un’idea elitista dell’arte, ma ogni tanto non mi dispiacerebbe potere andare in un grande museo senza la folla. Il ridimensionamento non è perdita, piuttosto un modo per ricalibrare la fruizione della cultura. Tutto ciò ha ripercussioni finanziarie molto complesse. Allo stesso tempo ci dà l’opportunità di ripensare la spettacolarizzazione della cultura a favore di un incontro più intimo.

C’è il rischio di perdere la vera essenza dell’arte davanti a uno schermo?

Sì, certo. La digitalizzazione ha vantaggi indiscutibili: può comunicare contenuti in modo gratuito e indiscriminato a livello globale. Dall’altra parte visitare una mostra di persona definisce un’esperienza del tutto diversa. Penso a Donald Judd e alla retrospettiva inaugurata al MoMA un paio di settimane prima dello scoppio della crisi: il museo può fare tutti i servizi online virtuali possibili per raccontare e mostrare le sue opere, ma non potrà mai restituire la relazione che si ha con le sculture nello spazio.

Cambierà anche la nostra immaginazione?

È la realtà di oggi che sembra uscita dall’immaginazione di qualche scrittore di fantascienza. Sarebbe stato davvero impossibile concepire quello che viviamo adesso in condizioni normali. Mentre l’arte, il cinema e la letteratura hanno previsto e raccontato queste mutazioni già tante volte. Forse l’effetto della situazione attuale sarà un’ondata di nuovi realismi, piuttosto che nuove opere di fantascienza.

In che modo le nuove tecnologie possono contribuire alla produzione artistica contemporanea?

A mio parere tutto questo movimento digitale sulla creatività avrà proprio l’effetto opposto: gli artisti riscopriranno metodologie più silenziose e attività manuali, analogiche e introspettive. Ci sarà un ritorno a un’arte di contemplazione, intimistica, magari tornerà la forma del diario. E sicuramente un’attenzione alla natura e ai cambiamenti drammatici reali (non virtuali) del nostro pianeta.

Come saranno pensate le prossime mostre?

Difficile dirlo, per la maggior parte dei musei saranno appuntamenti spostati di un anno, dal 2020 al 2021. Sarà interessante vedere come e se il contenuto verrà cambiato per riflettere i mutamenti della nostra società. Personalmente, pensando al lavoro che faccio con la High Line, spero che le grandi città imparino ad apprezzare il ruolo che l’arte pubblica può avere proprio in un momento come questo. Visto che la gente avrà paura a entrare negli spazi chiusi di un museo o di un cinema, mi piace immaginare una riscoperta dello spazio pubblico come agorà, piazza, luogo di incontro e di scambio culturale. Con spettacoli teatrali, performance e film all’aria aperta.

Ci consiglia tre mostre da vedere dopo il lockdown?

Le videoinstallazioni di Trisha Baga all’Hangar Bicocca di Milano, il Premio Bulgari Maxxi al Maxxi di Roma e la personale di Simone Forti al Centro Pecci di Prato.

Cosa ha imparato in questi mesi?

Sembra un luogo comune, ma ho davvero imparato a liberarmi del superfluo – vestiti, oggetti e preoccupazioni superficiali – e ad apprezzare i momenti preziosi di una coesistenza forzata con la mia famiglia. Ho imparato meglio a sentire la mancanza della mia famiglia in Italia, a riconoscere quanto sia privilegiata e fortunata a essere sana e ad avere un lavoro. Insomma, come tutti credo, ho imparato a non dare nulla per scontato.

Fonte: https://living.corriere.it/tendenze/interviste-design/cecilia-alemani-intervista/

Autore dell'articolo: living.corriere.it