Francesco Faccin: «Produrre meno, produrre meglio»

Lo chiamano il “calvinista” per il suo approccio rigoroso, ragionato, privo di qualsiasi eccesso. Francesco Faccin è uno di quei designer che «meglio poco ma buono». Non che si sia alienato dal mondo dell’industria, ma il designer milanese classe 1977 ha trovato la sua dimensione ideale nella piccola serie e nel lavoro artigianale della bottega dove può prendersi tempo per fare ricerca e poi sperimentare con materiali e tecnologie. L’ultima sua fatica è la collezione di sedute Anonimo Contemporaneo editata dalla galleria romana Giustini /Stagetti con la quale ha reinterpretato la classica sedia Romanella, uno degli oggetti anonimi della tradizione popolare italiana, lavorando con diversi materiali come il legno, la fibra di carbonio, l’alluminio, la paglia, la gomma e il cuoio. Se l’obiettivo era di intervenire su un tema originale variandone le caratteristiche senza alterarne il pensiero fondamentale — spiegano i galleristi —, Faccin ha dimostrato che è possibile raccontare una sola storia per infinite volte, senza mai ripetersi e restituire, in chiave contemporanea, lo spirito di un oggetto iconico impresso nell’immaginario collettivo.

Perché ti confronti spesso con oggetti anonimi e archetipici?
Scavare a fondo nell’origine di un oggetto è la mia mania: cercare di capire perché si sia arrivati oggi a definire una forma o mettere a punto una funzione, capire il percorso che ha avuto quel prodotto. È un’operazione che faccio sempre ed è diventata la mia firma: mi piace l’idea che sia una sorta di staffetta avanti e indietro tra me e il passato. Se ci sono oggetti, come questa sedia, che hanno attraversato indenni le epoche un motivo c’è, ed è perché possiedono una qualità intrinseca. Quella è già una buona base per iniziare un progetto. Io non smetto mai di ripetermi che non c’è bisogno di reinventare o ‘violentare’ una forma, quando questa già funziona. In questo caso ho fatto un passo indietro come designer e ho operato un esercizio di variazioni sul tema, come accade a un compositore musicale.

Come nasce la collezione Anonimo Contemporaneo?
Nasce in realtà nel 2013, quando ero ospite dell’Accademia di Roma per un progetto di ricerca sull’artigianato locale, una sorta di mappatura degli artigiani del centro storico della capitale. In via dei Sediari, in una delle poche botteghe ancora attive, ho trovato questa sedia che è rimasta così per secoli (sembra addirittura che risalga al Medioevo) e rappresenta un valido modello — quasi un archetipo perfetto — per ricominciare a progettare nella contemporaneità. Una volta trovato come editore galleria Giustini / Stagetti nel 2018, ho potuto sperimentare diversi tipi di intrecci con il cavo d’acciaio, la pelle, la corda, la fibra di canapa e canna di fiume, la fibra di carbonio, avvalendomi dell’esperienza di diversi artigiani da tutta Italia. La cosa interessante è che pur creando diverse variazioni, la sedia rimane sempre la stessa ma ogni volta è diversa. Dopo queste prime versioni, lavorerò con il titanio e la lamiera piegata e aggiungerò una panca, una poltrona bassa e un tavolo: potenzialmente è una collezione che può estendersi all’infinito.

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Francesco Faccin: collezione Anonimo Contemporaneo – Foto Omar Golli – courtesy Giustini / Stagetti

Meglio l’industria o la galleria per un progetto di questo tipo?
Non c’è un meglio o un peggio. Sono due diversi modi di lavorare ma l’obiettivo è lo stesso: creare prodotti pensati per durare nel tempo. Cambiano le modalità e le tempistiche. Anche se la galleria è un mondo elitario, mi permette di produrre degli oggetti di grande qualità anche a costo di finire in un mercato di nicchia. I tempi sono più dilatati e c’è la possibilità di fare errori e revisioni. Con l’industria i tempi sono inevitabilmente più stretti e si fatica a strutturare dei rapporti duraturi. Io non credo molto nel designer che salta da un’impresa all’altra e tantomeno nelle aziende che sfornano decine di novità ogni anno per dimostrare di essere prolifiche. Mi sembra un modello vecchio, sorpassato e poco sostenibile: per fare prodotti incisivi, che facciano davvero la differenza, c’è bisogno di tempo e di una relazione progettista-imprenditore lunga e approfondita, come succedeva nel dopoguerra. Quel rapporto di fiducia in cui il designer può capire chi è l’interlocutore, come produce, dove recupera la materia prima, dove vende, come sono distribuiti i fatturati. Più c’è intesa su tutti i fronti, più il progetto finale sarà davvero efficace e sostenibile.

In che modo la sostenibilità entra nel tuo metodo progettuale?
Faccio le cose con calma e mi piace l’idea che i miei progetti restino in circolazione per anni. Non mi interessa progettare all’impazzata solo per dare l’immagine di uno costantemente operativo e creativo. Prima vivevo questa condizione con disagio ma oggi ho fatto pace con il mio metodo che, alla luce di quello che sta succedendo, risulta corretto. Produrre meno e meglio è l’unica soluzione realmente sostenibile perché è stata proprio l’iper-produzione di merci a rovinarci negli ultimi 50 anni, così come una società che concepisce i cittadini come consumatori.

Ti sei formato presso gli studi di Enzo Mari e Michele De Lucchi. Qual è l’eredità dei due maestri?
Quella con Mari è stata la mia prima esperienza di lavoro: è stato un modello nel metodo e nella trasversalità. È lui che mi ha fatto capire che il design è una chiave di lettura del mondo, non un fine, e con lui ho imparato che la nostra professione è un pretesto per affrontare certi temi e dire la mia. Progettando si prende una certa posizione verso la società, l’ambiente o il lavoro, ed è facile capire che  anche il design è un atto politico. La lezione di De Lucchi, invece, è stata la leggerezza. Che non vuol dire superficialità, anzi, ma il piacere di divertirsi e godere del proprio lavoro. E poi una leggerezza di pensiero che ti permette di non rimanere ancorato su un progetto troppo a lungo e di passare con disinvoltura tra discipline diverse.

Dopo l’emergenza della pandemia, come pensi che cambierà la scena del design?
Difficile rispondere… Ma la mia speranza è che gli imprenditori e le loro aziende si prendano il tempo per fare dei ragionamenti che vadano oltre i loro prodotti. Che senso ha fare ancora determinati progetti? La mia potrebbe suonare come una provocazione ma mi chiedo perché alcune aziende del mobile non abbiano il coraggio di riconvertirsi ad altro. Un esempio? Sarei felice se una delle imprese del design scommettesse su progetti alternativi come il mio Honey Factory (una micro-architettura per l’apicoltura urbana, n.d.r.). Bisogna avere la capacità di reinventarsi, di fare cambiamenti radicarli e i primi a metterci in gioco dobbiamo essere proprio noi designer. Da un certo punto di vista, questa esperienza ha smontato le nostre certezze e ci ha forzato a cambiare il nostro punto di vista sulle cose. E questo non può che farci bene.

Fonte: https://living.corriere.it/tendenze/design/francesco-faccin-giustini-stagetti/

Autore dell'articolo: living.corriere.it