Addio a Nanda Vigo, designer della luce

«C’è solo un progetto, ovviamente di luce, che non posso terminare, dato che lo scienziato con cui lavoravo è deceduto troppo presto. Ma non c’è problema, lo terminerò nella prossima vita».

É scomparsa ieri all’età di 83 anni Nanda Vigo, grande artista, architetto e designer del più impalpabile degli elementi, la luce.

Figura di assoluto rilievo nel panorama artistico italiano, milanese classe 1936, amica di Lucio Fontana, collega di Gio Ponti e compagna di Piero Manzoni, la ricordiamo ripubblicando l’intervista fatta lo scorso anno in occasione della mostra Nanda Vigo. Light Project a Palazzo Reale di Milano che per la prima volta aveva raccontato al grande pubblico la sua straordinaria produzione attraverso circa ottanta opere – tra progetti, sculture e installazioni – e il suo eccezionale percorso di ricerca (le immagini nella gallery).

Proprio in questi giorni era prevista l’inaugurazione di una personale al Museo Macte di Termoli (Campobasso), a cura di Laura Cherubini, in programma dal 20 maggio fino al 13 settembre.

Sessant’anni di carriera, e una certezza: la LUCE. Quando è come è nato questo rapporto tra lei e la luce come elemento d’arte?
L’incontro che ebbi da bambina, circa a sette anni, con la luce che emanava l’architettura del Terragni. Illuminazione che restò nel mio subconscio fino ai primi anni del liceo artistico quando scoprii che con la luce si possono avere infiniti sviluppi, infiniti come la luce stessa, e che quindi non avranno mai termine. Sinceramente la luce del vetrocemento del Terragni mi accompagnerà nella prossima vita.

Qual è il progetto a cui è più legata?
In assoluto la casa “Lo scarabeo sotto la foglia” che mi ha dato l’occasione di lavorare con il grande Gio Ponti e di firmare un lavoro a quattro mani, cosa che Ponti non ha mai fatto con nessun altro. Per l’occasione ricevetti anche i suoi complimenti.

342 b Foglie
Ricorda il suo primo lavoro?
Certo che sì, appena tornata dagli States, nel 1959, aprii lo studio con due ingegneri e un architetto. Ci commissionarono subito il cimitero di Rozzano, per il quale progettai le “torri cimiteriali”.

Che considerazione ha dell’arte di oggi?
Purtroppo l’arte è a un punto fermo dal quale è difficile vedere una via d’uscita. Tutta l’arte, oggi, è una brutta copia delle ricerche fine 60/70. Ma la cosa più incredibile è che gli artisti, giovani, che la fanno, non sanno neppure da chi copiano. In questa direzione, e per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, finiranno a fare del buon artigianato, certo non dell’arte.

Il suo ricordo più bello?
Certamente quando ho potuto realizzare una costruzione fatta apposta davanti all’oceano per ammirare i tramonti africani.

Il sogno mai realizzato?
Odio i sogni “nel cassetto”. Ho un sistema di operatività nel continuum. Ma c’è solo un progetto, ovviamente di luce, che non posso terminare, dato che lo scienziato con cui lavoravo è deceduto troppo presto. Ma non c’è problema, lo terminerò nella prossima vita.

E la sua prima delusione?
Quando, grazie al mio amato Manzoni, scoprii che le sottane fanno la differenza. Mi disse chiaramente che non eravamo la famiglia Curie, che l’artista era lui e solo lui, e che io dovevo starmene a casa.

La difficoltà più grande che ha incontrato nella sua lunga carriera?
Avere le sottane.

di Michele Falcone – pubblicata il 27 giugno 2019

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Fonte: https://living.corriere.it/tendenze/design/addio-a-nanda-vigo-designer-della-luce/

Autore dell'articolo: living.corriere.it