Il design nella Fase Due: intervista a Alice Rawsthorn

Ce lo stiamo chiedendo un po’ tutti. Come cambieranno le regole del design in questa Fase Due e una volta terminata l’emergenza Covid? Architetti e progettisti potranno aiutarci a ridisegnare un mondo —ma nello specifico, case e spazi pubblici — più sicuro? E se durante le prime settimane dell’epidemia numerosi studi si sono mobilitati per progettare ausili di sicurezza e strutture di supporto alla sanità pubblica, è notizia di questi giorni che il Comune di Milano, una città italiane più colpite dal coronavirus, ha lanciato una call per ripensare insieme a designer, progettisti, architetti e creativi gli spazi della città e del commercio (qui il testo dell’avviso pubblico). Per capire meglio che ruolo giocherà il design nella fase di ripresa che seguirà l’emergenza, abbiamo chiesto ad Alice Rawsthorn, critica inglese e autrice del volume Design as an Attitude, tra le voci più autorevoli nel campo del progetto, di delineare alcuni scenari possibili.

Quale sarà la sfida principale per designer e architetti nella progettazione di case e spazi pubblici?
La difficoltà più grande è sicuramente rappresentata dall’impatto economico. La crisi provocata dal Coronavirus ci costringerà tutti a rivalutare radicalmente ciò di cui abbiamo bisogno e che vogliamo dalla progettazione delle nostre case, degli spazi pubblici e di tutto il resto. Questo, oltretutto, in una fase in cui faremo difficoltà a permetterci tali cambiamenti, ovverosia all’inizio di una recessione globale che minaccia di essere lunga e profondamente dannosa. Detto questo, dovremo garantire con urgenza che le nostre case e soprattutto gli spazi pubblici siano a prova di contaminazione. I nuovi spazi dovranno essere progettati e costruiti tenendo a mente le distanze sociali di sicurezza e quelli esistenti dovranno essere adattati di conseguenza. Questa sfida sarà particolarmente difficile in ambienti in cui l’uso dello spazio è particolarmente costoso, come uffici, hotel, aeroporti e sistemi di trasporto quali treni, autobus, tram e aeroplani. La flessibilità sarà sempre più importante nella progettazione delle nostre case, specialmente se si tratta di creare in modo facile e veloce aree di lavoro efficienti.

Pensiamo alla fase 2: come influirà sul modo in cui i progettisti concepiscono i prodotti e le persone li consumano?
L’ipotesi generale è che dopo la tragedia e l’angoscia della pandemia – un periodo in cui abbiamo dovuto vivere una vita più semplice e vincolata dal punto di vista materiale –, continueremo a consumare. Così sarà per molte persone ma, sulla base di altri eventi traumatici del passato, è probabile che alcuni reagiscano comportandosi in modo sconsiderato e dissoluto. Questo è già successo in Cina, dove i marchi del lusso hanno registrato vendite record subito dopo l’uscita dal lockdown per effetto del cosiddetto “revenge spending”. Spero anche che tutte le fantastiche innovazioni di design emerse durante la pandemia inneschino un cambiamento a lungo termine nella percezione pubblica e politica del design, dimostrando quanto possa essere costruttivo nell’escogitare soluzioni ingegnose a problemi sociali, politici ed ecologici complessi, piuttosto che semplicemente come strumento di consumismo.

Foto © Michael Leckie

Il design potrà aiutarci a ricostruire le nostre vite?
Durante questa tragedia, un aspetto positivo è stato il drammatico calo delle emissioni di carbonio. Allo stesso tempo, la velocità con cui il Coronavirus si è diffuso in tutto il mondo ha dimostrato il pericolo di vivere in un’economia iper-globalizzata. Anche i nostri valori sono cambiati e adesso apprezziamo di più i professionisti del settore pubblico che ci hanno sostenuto durante la crisi. Questi cambiamenti hanno creato l’opportunità di progettare stili di vita più sostenibili, abbandonando ad esempio i voli frequenti e i consumi ingenti che si sono rivelati così dannosi, a favore di un “redesign” delle nostre vite per essere più responsabili e sostenibili, sia eticamente che ecologicamente.

D’ora in avanti cosa potremo considerare “buon design”? Progetti solo funzionali, igienici, più accessibili? Ci sarà ancora spazio per la bellezza?
Funzionalità, pulizia e accessibilità economica sono tutte grandi qualità del design. Anche la bellezza lo è, ma sospetto che d’ora in avanti la interpreteremo in modo diverso. Tradizionalmente la bellezza era più associata agli aspetti visivi, ma ora assume indubbiamente una dimensione etica. Come può essere considerato bello qualcosa associato all’emergenza climatica, alla disuguaglianza, all’ingiustizia o allo sfruttamento del lavoro? Non si può più farlo.

Fonte: https://living.corriere.it/tendenze/design/coronavirus-fase-due-intervista-a-alice-rawsthorn/

Autore dell'articolo: living.corriere.it