Ciao Germano, rockstar dell’arte

Del mondo dell’arte contemporanea Germano Celant era un po’ il pontefice. Ha scandito i tempi con le sue scelte di metodo e di stile. Un’eleganza ruggente da rockstar, con nero d’ordinanza incorniciato da folti capelli brizzolati e sguardo severo. Ed è mancato oggi, dopo una lunga lotta contro il Coronavirus. Difficile scegliere tra le sue grandi mostre, gli autori studiati, le pubblicazioni. Di certo è stato tra i pochissimi curatori contemporanei a essere sinonimo di garanzia scientifica e limpidezza visiva, ma anche di ambizione sfrenata nell’affrontare e tirare le fila di progetti imponenti, addirittura oceanici.

Con questo rigore visionario nel 2018 ha saputo rimettere l’arte italiana degli anni Trenta al centro della scena con la mostra Post Zang Tumb Tuuum. Arte Vita Politica: Italia 1918-1943, alla Fondazione Prada di Milano. Ed è un capolavoro recente (ancora per Fondazione Prada, nella sede veneziana durante la Biennale 2019) la prima retrospettiva dedicata a Jannis Kounellis, le sue severe installazioni in poetico contrappunto con gli spazi settecenteschi di Ca’ Corner della Regina. Altra gemma è stata l’affondo sull’opera misteriosa e sfuggente di Richard Artschwager: al Mart di Rovereto (Trento) nell’autunno 2019, la mostra avrebbe dovuto trasferirsi questa primavera al Guggenheim di Bilbao, ma resta in attesa di tempi migliori per essere inaugurata.

Un’avventura che ha come passaggi obbligati la sua Biennale di Venezia del 1997 e, a ritroso, la Biennale di Firenze del 1996 dedicata ad Arte e Moda, primo ispirato tentativo di sancire le relazioni tra questi mondi. Ed era solo un ragazzo quando nel 1967 coniò un intero capitolo della storia dell’arte chiamandolo Arte Povera: artisti di generazioni diverse e personalità distanti riunti attorno alla galleria Bertesca di Genova, tra cui Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto. La definizione l’aveva mutuata da un testo sacro della scena sperimentale degli anni Sessanta, Per un teatro povero di Jerzy Grotowski. I tempi erano tumultuosi, e nei depositi industriali abbandonati nascevano opere in aperta polemica con la sfavillante e collezionatissima Pop Art. Nasceva un’estetica radicale e francescana nei materiali: naturali come legno, pietra, fuoco, acqua, ghiaccio; o industriali come piombo, rame, ferro, cemento, vetro, neon. E le opere si dilatavano nello spazio e nel tempo definendo un paesaggio ruvido, un orizzonte di possibilità nuove che ancora oggi non smette di parlarci.

Ricordiamo Germano Celant con l’intervista che rilasciò ad Abitare in occasione dell’inaugurazione della mostra When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, allestita nelle sale della Fondazione Prada di Ca’ Corner a Venezia. Scarica il pdf.

Fonte: http://www.abitare.it/it/news/2020/04/29/addio-germano-celant-promotore-arte-italiana/

Autore dell'articolo: abitare.it