Addio Yona Friedman, architetto mobile

La dimensione mobile dell’abitare, la dinamicità delle condizioni sociali, la partecipazione dal basso al progetto di architettura, la resistenza rispetto all’involuzione dei principi democratici e della comunicazione generalizzata sono alcuni dei temi che hanno reso la lezione di Yona Friedman, scomparso il 20 febbraio a 97 anni, estremamente attuale ancora oggi. Se ne è andato uno dei più acuti osservatori della relazione fra l’uomo e la città, ma rimane il suo contributo alla comprensione del rapporto fra le trasformazioni sociali in termini di mobilità e quelle urbane e architettoniche.

Nato a Budapest nel 1923, ebreo, si è unito alla resistenza durante il periodo in cui i tedeschi occuparono l’Ungheria ed è riuscito a sopravvivere all’orrore della persecuzione nazista durante la Seconda guerra mondiale. Dopo aver vissuto per circa dieci anni in Israele, si è trasferito stabilmente a Parigi nel 1957.

Le sue teorie cominciano a diffondersi alla fine degli anni Cinquanta: nel 1956 illustrerà il suo Manifeste de l’architecture mobile e la sua idea di Ville spatiale al X Congresso Internazionale di Architettura Moderna di Dubrovnik; nel 1957 fonderà il Groupe d’Études d’Architecture Mobile (Geam), negli anni Sessanta si avvicinerà alle teorie legate al concetto di megastruttura. Più avanti insegnerà presso numerose università americane.

La sensibilità per le esigenze delle popolazioni più svantaggiate lo porterà a lavorare per le Nazioni Unite e l’Unesco, realizzando alcuni manuali di autocostruzione – dal linguaggio semplice e dalla grafica immediata – destinati alle popolazioni dell’Africa, del Sud America e dell’India. All’interno di uno di questi, Roofs, aveva scritto: “I problemi della casa non riguardano solo i poveri. Intendiamo proporre soluzioni per tutte le società. Ma poiché occorre stabilire delle priorità, abbiamo privilegiato le tecniche accessibili alle persone più povere”. Un’affermazione che testimonia la dimensione etica del suo pensiero e che conferma, come del resto recita il titolo del suo libro più noto – Utopie realizzabili (1975) – l’importanza di credere nei sogni perché diventino fatti concreti. Ieri, e oggi più che mai.

Fonte: http://www.abitare.it/it/news/2020/02/24/yona-friedman-morto-architetto-mobile/

Autore dell'articolo: abitare.it