Addio all’architetto Yona Friedman

Lo chiamavano l’architetto delle “utopie realizzabili”, dal titolo del suo celebre saggio del 1974. Yona Friedman (Budapest, 1923), architetto, teorico e artista ungherese naturalizzato francese, si è spento a Parigi il 20 febbraio. A giugno avrebbe compiuto 97 anni. L’annuncio è arrivato da un post sul canale Instagram del Fonds de Dotation Denise e Yona Friedman: «Dopo 96 anni su questa terra, Yona si è trasferito a costruire una Città Spaziale e installare alcune Catene Spaziali nel cielo. Il Fonds de Dotation, da lui fondato l’anno scorso, continuerà il suo lavoro». Un mezzo che il progettista visionario, teorizzatore dell’Architettura Mobile, utilizzava spesso per condividere con il mondo della Rete progetti e disegni, ma anche istantanee di vita privata e le sue attività in corso. Tra le ultime, la mostra Sculpting the Void in programma fino al 28 marzo presso la galleria Massimo Minini di Brescia, un’esposizione focalizzata sulla produzione visiva del maestro e sulle sue esplorazioni al di fuori dell’architettura.

Architetto ma non solo
Uscendo dai confini della disciplina, Friedman accanto alla pratica architettonica ha affiancato un’intesa attività intellettuale che lo ha reso uno dei protagonisti più brillanti e acuti della scena culturale della seconda metà del Novecento. Riconosciuto come uno dei più importanti pensatori dell’architettura del dopoguerra, Friedman ha sviluppato una serie di teorie innovative e ha promosso una pratica altamente concettuale che si avventura nei campi della sociologia, della pianificazione urbana, delle arti visive, fino a comprendere la matematica, l’economia e le scienze dell’informazione. Nel suo pensiero Friedman sottolinea la libertà e l’autonomia dell’utente o dell’abitante, si confronta con il progresso tecnologico e chiede una relazione responsabile con l’ambiente.

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Idea per l’ampliamento del Centre Pompidou di Parigi coprendo la piazza con una “Città spaziale”, 1970. Foto www.yonafriedman.com

L’idea di architettura mobile
Sopravvissuto ai rastrellamenti nazisti durante la seconda Guerra Mondiale, riparò prima in Israele per una decina d’anni – proprio durante l’affluenza dei primi abitanti del nascente stato, con gravi esigenze abitative – prima di trasferirsi stabilmente a Parigi nel 1957. È proprio negli Anni 50 che Friedman si impone nel panorama dell’architettura contemporanea con il suo Manifeste de l’Architecture Mobile con cui teorizza una mobilità dell’abitare e la ridefinizione delle strutture e delle norme urbanistiche in base alle esigenze dei residenti, in un continuo processo di adeguamento – un’attenzione che scaturì dalla sua esperienza diretta in Israele e in Europa.

Progettare pensando fuori dagli schemi
Il suo progetto-manifesto fu la Ville Spatiale (Città Spaziale) del 1958, un’enorme sovrastruttura sopraelevata in cui le persone possono vivere e lavorare in alloggi di loro progettazione. In questa, l’architetto introdusse molti dei suoi principi: la flessibilità delle abitazioni per aumentare la libertà di scelta dell’individuo, l’uso flessibile e multi-strato dello spazio urbano e la possibilità dei cittadini di dare un senso al loro ambiente. Un progetto che ebbe una portata rivoluzionaria e fece di lui uno dei principali esponenti della corrente delle Megastrutture. Successivamente le sue idee e i suoi progetti per la Ville Spatiale aiutarono i professionisti a pensare fuori dagli schemi e ad accrescere la consapevolezza dell’idea che un approccio non convenzionale potrebbe fornire buone soluzioni ai problemi in corso nelle città moderne. Il principio dell’auto-progettazione fu alla base dei progetti del Lycée Bergson ad Angers, Francia, completato nel 1981 e del Museum of Simple Technology di Madras, India, del 1987.

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L’architetto posa all’interno della Summer House per la Serpretine Gallery, il 7 giugno 2016. Foto AFP/Daniel Leal-Olivas – Getty Images

L’attività progettuale e intellettuale
Prolifico scrittore – dalle Utopie realizzabili del 1974, in cui prese posizioni radicali sulla società contemporanea, la democrazia e le comunicazioni globali, al più recente The dilution of architecture con Manuel Orazi –, Friedman è stato autore di saggi e manuali, docente presso prestigiosi atenei statunitensi come il MIT e Harvard a Boston, nonché collaboratore dell’ONU e dell’UNESCO nella definizione di manuali di auto-costruzione destinati ai paesi in via di sviluppo tra India, Africa e Sudamerica. Tra le ultime opere, ricordiamo la Summer House nel programma del Summer Pavilion della Serpentine Gallery del 2016 — un’architettura modulare esile e leggera, da scomporre e ricomporre in forme diverse – e la sua prima opera pubblica negli Stati Uniti dello scorso anno, l’installazione Space Chain Phantasy realizzata in collaborazione con ICA Miami e il Miami Design District.

Dal testo che accompagna la mostra in corso alla Galleria Minini, un’ultima riflessione:

Spesso ho cercato di definire l’architettura come una scultura del vuoto. In effetti, il materiale che rende l’architettura è uno spazio vuoto penetrabile. Puoi apprezzarlo dall’interno. Ma il vuoto in sé non è visibile. Qualcosa deve contenerlo. Lo spazio architettonico è generalmente contenuto in una scatola. Il lavoro degli architetti è spesso concepire quella scatola

Fonte: http://living.corriere.it/tendenze/architettura/morto-architetto-yona-friedman/

Autore dell'articolo: living.corriere.it