Shanghai express

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SCENA CREATIVA

«Dopo il periodo della Cina copiativa», dice Lyndon Neri, dello studio Neri&Hu, «alle porte del design e della moda si è affacciata una nuova generazione di creativi non più spaventata dalla storia, dalle sedie della dinastia Ming, dalle ceramiche e dalle lacche. Sono giovani in grado di prendere questo patrimonio e di trasformarlo in prodotto, in architettura. In più, dato che sono nativi digitali, inglobano nel concetto di design tutte le nuove tecnologie possibili e il mondo dei social. Dal punto di vista del gusto si stanno affinando: per il momento sono molto curiosi, diventeranno anche critici». Lo zoccolo duro degli astri nascenti made in Shanghai si è formato fuori dalla Cina. Stilisti del calibro di Ming Ma, un master alla Central Saint Martins di Londra, osannato sulle pagine di Vogue America, che incita i giovani a studiare all’estero per poi tornare e portare avanti una visione più forte della moda orientale. Un percorso alla rovescia un po’ come è accaduto al collettivo che fa capo a Benwu Studio, prima apertuta nel 2012 a New York e ora di nuovo in patria tra Pechino e Shanghai. Gli stessi Neri&Hu, antesignani di questa generazione creativa e amatissimi anche in Italia, hanno studiato a Berkeley, dove è iniziato il loro sodalizio professionale e privato, poi Rossana ha proseguito a Stanford e Lyndon a Harvard, dove oggi entrambi insegnano, ma hanno deciso di vivere qui, nella Concessione Francese, in una splendida casa coloniale indipendente. Ximi Li ha invece studiato al Politecnico di Milano e poi lavorato con Andrea Branzi e Luca Trazzi. «Una esperienza che ha cambiato il mio modo di pensare e senza la quale, forse, non avrei avuto il coraggio di aprire lo studio Urbancraft». Se pensiamo alle sue creazioni di mobili e oggetti contemporanei che combinano materiali provenienti da ogni parte del mondo si comprende il suo percorso, «anche se la lotta dei designer cinesi per ottenere un riconoscimento da parte dei brand europei non è che all’inizio». Ci sono elementi comuni che caratterizzano il loro lavoro: da un lato il rispetto per i costumi, le credenze e gli stili di vita tradizionali, dall’altro la ricerca di nuovi materiali e processi, come la stampa 3D. Peng Zeng, dello studio Buzao fondato nel 2017, ha di recente presentato una collezione di vetri trasparenti colorati blu «pensati per evocare stabilità e razionalità» insieme a altri pezzi iridescenti e arditamente psichedelici, in cui emerge la bellezza dei materiali nella loro imperfezione.

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ARCHITETTURA

Era chiaro che Shanghai sarebbe stato un laboratorio straordinario fin dai tempi in cui i grandi studi internazionali di architettura hanno iniziato ad aprire i propri uffici in loco, ingaggiati dai ricchi tycoon o dal governo locale su progetti di riqualificazione di interi distretti urbani, uno su tutti il West Bund. Era il 2005 quando David Chipperfield sbarcò a Shanghai e oggi, dopo 15 anni, l’architetto inglese piazza la sua firma su lavori come il Centre Pompidou (apertura prevista per l’8 novembre) e il West Bund Art Museum, un’opera attesa e contesa che inaugurerà entro la fine dell’anno. Oggi, in questa città da 24 milioni di abitanti, è come se i pilastri del layout storico – il Bund, il Pudong, i fiumi e i templi – fossero stati inglobati in una sorta di schema, che guarda alla metropoli nel suo immenso insieme. Sono migliaia i progetti in corso d’opera e realizzati, attraverso i quali si tenta, per quanto possibile, non solo di unire passato e futuro secondo un codice stilistico coerente, ma di convertire in spazi fruibili i relitti industriali. Come Tank Shanghai, i vecchi serbatoi di stoccaggio del petrolio che Open Architecture ha trasformato in museo di arte moderna. Mentre l’olandese Ben van Berkel di UNStudio ha fatto rivivere un anonimo mall nel distretto di Putuo: Lane 189 incorpora gli elementi della vecchia Shanghai in una facciata che segue una articolata geometria e cambia costantemente prospettiva. Si deve all’unione di due colossi, Foster + Partners e Heartherwick Studio, la realizzazione dell’impressionante Bund Finance Center: 420mila mq di struttura tridimensionale con facciata multitubolare che ruota al suono della musica, edifici adibiti a hotel, negozi, uffici che vivacizzano questa area periferica in fondo al Bund e che dialogano con gli splendidi palazzi del XIX secolo posti in fila a guardia della passeggiata pedonale sul fiume Huangpu. Il prolifico Heartherwick ha anche progettato 1000 Trees, due montagne artificiali ricoperte da alberi con mille colonne strutturali e 400 terrazze nella zona di Moganshan: visto dalla sponda dello Wusong sembra, come qualcuno ha notato, “un giardino babilonese” che però darà una svolta europeista al lungofiume, con passeggiate tra alberi di conifere e piazze aperte dove conversare, magari senza i devices connessi. «Stiamo capendo che il nostro heritage non è così male», racconta Lyndon Neri di Neri&Hu. «Dopo anni passati a costruire grattacieli avveniristici stiamo riportando gli elementi della nostra storia, anche architettonica, nei nuovi progetti». Come il New Shanghai Theatre, dove la coppia di architetti restituisce dignità a un bistrattato edificio degli Anni 30..

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 ITALIANI A SHANGHAI

Rivoluzionaria Shanghai! Ci sono stati dei precursori, architetti precursori, che lo avevano intuito. Come lo studio Vudafieri Saverino, che ha aperto in terra cinese nel 2012 e tra gli ultimi lavori annovera la sede di Christie’s nello storico Ampire Building, palazzo inglese dei primi del Novecento prospiciente il Bund, e la Hunan Lu Villa, nella Concessione Francese. Il designer Aldo Cibic a Shanghai vive per 15 giorni al mese e oltre a progettare insegna con soddisfazione alla Tongji University. «È qui che è nata la nuova Cina. Io ci sono dal 2002 e ho seguito passo passo il cambiamento di questa metropoli, una trasformazione stratificata che investe tutti gli ambiti e gli stili di vita portando grande energia. Sembra New York negli Anni 90». Con una tale voglia di emergere, di staccarsi dal potere temporale di Pechino, poteva Shanghai non attingere alla creatività italiana? Alberto Caiola, meno di 40 anni: «Ho aperto il mio ufficio nel 2014, ero arrivato qualche anno prima e non mi sarei certo aspettato di rimanere. Invece ho imparato a cogliere le potenzialità del luogo, che crescevano come in un laboratorio di sperimentazione. Qui c’è apertura culturale, libertà d’azione e disponibilità di denaro per cui ci si sente sempre in dovere di dare il massimo». Specializzato nel design di negozi e locali pubblici, Caiola ha appena completato NYX, un rooftop che traduce nell’era digitale il layout delle milanesi Colonne di San Lorenzo: «Mi è stato chiesto di pensare a un luogo conviviale, le Colonne sono il posto più informale che conosco dai tempi in cui sono stato studente al Politecnico di Milano. A volte mi chiedo se sarei mai riuscito a sviluppare in Italia un progetto così»: 21mila metri di cavi trasparenti che si illuminano e fasciano una architettura super leggera. «Per i cinesi toccare il classicismo italiano è un a opportunità, per noi quasi un sacrilegio», spiega Caiola. È vero, Shanghai è avanti su tutto: sostenibilità, architettura, investimenti culturali. L’ultima tendenza è il ritorno alla terra. «Sto riflettendo su un progetto per connettere la Cina rurale con quella urbana», conclude Cibic. «Duecento ettari di terra per 5mila persone nella campagna da fare crescere attraverso l’uso delle nuove tecnologie applicate all’agricoltura».

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HOTEL

Si stima che nel 2025 la Cina arriverà a avere 6,1 milioni di camere, superando la capacità degli USA e diventando prima al mondo. Solo Shanghai conta circa 11mila hotel di varie categorie. E continuano a nascerne di nuovi. A Piero Lissoni si deve la realizzazione del The Middle House, splendido retreat nella vivace zona di Jing’an. «Più che un albergo una casa di lusso», dice l’architetto, «dove ogni dettaglio è curato nei minimi particolari». E dove il connubio stilistico sino-italiano è completo. Il duo Neri&Hu si è invece occupato del lancio dello Shanghai Edition Hotel (il marchio di Ian Schrager), ristrutturando due edifici comunicanti nel Bund: una torre post moderna e un palazzo Art Déco che ospitava una società elettrica. «La sfida era creare una sorta di collegamento tra i due, riducendo l’impatto della brutalità del primo», dice Neri. Il risultato è uno degli hotel più cool della città con otto bar, tre ristoranti e una discoteca. «Prima di comprare casa, ho dormito sia in alberghi di lusso come The PuLi sia in un ostello da 17 euro a notte, WeFlow, un posto molto gradevole», racconta Aldo Cibic. Letteralmente WeFlow significa ‘fluiamo’, verbo che si abbina all’attuale mood di Shanghai. Lo ha aperto un giovane architetto locale con master alla ETH di Zurigo, Wu Huibiao. «Ho visto questo vecchio albergo familiare in pessime condizioni, l’ho affittato e ristrutturato. Ha due piani, al secondo le camere, al primo c’è una living room con free Wi-fi aperta 24 ore su 24 a tutti, non solo ai clienti. È il mio modo per tenere vivo il quartiere. Il target sono giovani dai 18 ai 25 anni e gli abitanti spesso vengono qui per chiacchierare con loro». La riqualificazione urbana passa anche attraverso la socializzazione.

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LA SHANGHAI DI ARIC CHEN

Quando a settembre di un anno fa ha lasciato il ‘suo’ M+, il museo di arti visive (ancora in costruzione) dove è stato lead curator per il design e l’architettura, Hong Kong ha perso una delle figure di riferimento nell’ambito della visual art. Ora Aric Chen è il neo direttore curatoriale della fiera Design Miami, in Florida e a Basilea, ma vive a Shanghai: «Della prima volta che l’ho vista, più di dieci anni fa, ho ancora il ricordo del trambusto, forse la proiezione dello stesso caos di una città che stava cambiando talmente rapidamente da sembrare priva di una identità chiara. Ora mi fa tutto un altro effetto, alla stregua di una metropoli sicura di se stessa, con un senso di apertura e di possibilità, dove i grandi progetti del West Bund non cannibalizzano gli spazi più piccoli, come la galleria Chi She, con la sua facciata costruita roboticamente, progettata da Philip Yuan dello studio locale Archi-Union, oppure lo Shanghai Center of Photography di Johnston Marklee, gemme architettoniche al pari dei grandi progetti». Aric vive nel distretto più affascinante di Shanghai, la ex Concessione Francese (scelto anche da Neri&Hu, Alberto Caiola e Aldo Cibic). «Adoro il mio quartiere, così come tutti gli influencer che si fanno i selfie qui e poi li postano sulle loro pagine, perché conserva quell’indispensabile dialogo visivo tra le nuove forme nascenti e gli edifici storici». Quieto, con un tono di voce basso, Aric va nei luoghi che sono più simili alla sua indole: «Prendo il caffè da Drops, perché è buono e lo spazio intimo», che da queste parti non è un tema banale. «Mi piace la cucina dello Hunan di Spicy Moment, con le opere di Zhou Tiehai in mostra. E poi quei piccoli musei aperti nelle ex abitazioni degli intellettuali cinesi del XX secolo». Lascia mai il suo nido francese? «Qualche volta vado a vedere cosa c’è alla Power Station of Art, che gestisce la programmazione di arte moderna e contemporanea più forte di tutta la Cina».

Fonte: http://living.corriere.it/city-guide/design-tour/shanghai-cosa-vedere/

Autore dell'articolo: living.corriere.it