Le cose e i loro nomi

, , Commenti disabilitati su Le cose e i loro nomi

E Adamo chiamò la moglie Eva. Da sempre l’uomo ha il bisogno di nominare per identificare, distinguere e memorizzare. Giuliano Toraldo di Francia, fisico, filosofo ed epistemolo italiano scomparso nel 2011, indaga la relazione tra i termini attribuiti agli oggetti e la loro natura nel libro Le cose e i loro nomi (edito da Laterza), titolo che ha ispirato questa storia.

Agli albori del design, i maestri preferivano usare codici, sigle, sequenze di numeri, termini generici riferiti alla forma e alla funzione, oppure nomignoli che ricordavano e omaggiavano parenti, amici e fidati collaboratori. Oggi invece battezzare un oggetto non è affatto facile, ce ne sono tantissimi e tutti hanno un nome: «Chi progetta, disegna e costruisce, si trova poi di fronte all’enorme difficoltà di trovare un vocabolo giusto, originale, mai sentito, efficace, musicale, evocativo, sensuale cioè desiderabile», racconta l’architetto Piero Lissoni. «In linea di massima i miei nomi nascono con i prodotti, perché quando comincio a disegnare un progetto gli affido subito un soprannome, quello che gli inglesi chiamano “nickname”, e lo faccio in modo tremendamente istintivo. Alcune volte questa denominazione provvisoria rimane e poi diventa ufficiale, oppure mi serve come base di partenza per cercare quella definitiva. Se il termine non piace all’azienda, allora si cerca uno nuovo, oppure faccio valere le mie ragioni e rimane quello. È un ping pong lungo e complesso, una discussione da fare impallidire la migliore diplomazia!». Non basta trovare l’appellativo più adatto, bisogna anche controllare che non ci siano proposte già esistenti o registrate, che la parola suoni bene e che non abbia un significato ambiguo o offensivo negli altri Paesi. Un esempio di nome ben studiato è Eda-Mame, concepito da Lissoni per il nuovo divano ibrido progettato per B&B Italia, a forma di fagiolo di soia. «Il nickname era proprio il “fagiolone”, poi è cambiato perché in inglese suonava malissimo e di “beans”, cioè fagiolo nella lingua anglosassone, ce n’erano già tanti». Un arredo che si presta a diversi utilizzi, divano-chaise longue-piano d’appoggio: «A me fa venire in mente un tappeto volante e allo stesso tempo è in linea con la scelta precisa di lavorare con l’azienda attingendo al vocabolario giapponese».

Tra le parole più curiose delle ultime novità presentate al Salone del mobile, ci sono Campiello, il divano di Antonio Citterio per Flexform, conviviale come i campi cioè le piazze di Venezia, oppure plouf, splash e wow, onomatopeici e pop, rispettivamente per indicare la vasca, il lavandino e lo specchio di India Mahdavi per Bisazza Bagno.

Dietro ogni frase o sillaba c’è una storia, come gli aneddoti che ruotano intorno alle creazioni di Ferruccio Laviani, che racconta: «C’e stato un momento in cui i miei riferimenti erano musicali e dove il mio amico Franco Taino, il più avant-garde che sa tutto di cinema, musica e libri, mi suggeriva band e titoli di canzoni e da quì i vari Orbital, Supernova, Ufo. Un altro periodo prendevo ispirazione dai luoghi o persone a cui ero particolarmente affezionato come Rio, Borges, Itaparica e Paola. Recentemente per le lampade avevo sviluppato “un’equazione” per cui molte delle luci di successo iniziavano con la lettera “T”, casualità forse, come Tolomeo, Taccia, Tizio, Toio, Taraxacum, Telegono o Teti, e così con un po’ di presunzione, chiedo venia, e senz’altro con tanta scaramanzia, ho cominciato a chiamarle anch’io Take, Tati, Taj, Tuareg». Molto spesso i nomi nascono in “cantiere”, in fase di produzione: «Kabuki si chiama così perché il prototipista per differenziarla dalle altre che stava realizzando la definiva la lampada “coi buchi”, e così tra una battuta e una risata è diventata Kabuki. Anche la lampada Bellissima, nata Bella per l’esclamazione “è proprio bella!” fatta all’unisono lo scorso anno la prima volta che la vedemmo durante una riunione in Kartell, quest’anno prodotta e implementata di nuove finiture, è diventata ancor più bella: è Bellissima! Non solo, Bellissima è anche un piccolo omaggio al made in Italy e all’essere italiani anche nel design, con un tributo al capolavoro del cinema italiano, il film Bellissima, comico nel suo tragico cinismo come solo noi sappiamo esserlo, diretto nel 1952 da Luchino Visconti con un’immensa Anna Magnani e un bravissimo Walter Chiari».

Nella foto di apertura il tavolo D8591 di Gio Ponti rieditato da Molteni&C

Postato da: Casa & Design